29/10/2019

Brexit: una storia di vinti senza vincitori

Dal 23 Giugno 2016, data del referendum, il percorso di separazione del Regno Unito dall’Unione Europea si sta rivelando molto più complicato di quanto sostenuto in campagna elettorale dai sostenitori dell’uscita

“Facciamo parte della stessa generazione caro Boris (Johnson, premier della Gran Bretagna. n.d.r.), anzi veniamo tutti e due dal giornalismo. 30 anni fa raccontavamo della caduta del muro di Berlino, oggi noi andiamo a dividerci, era proprio questo il destino che doveva toccarci? In realtà lui non mi ha dato una risposta convincente perché la separazione dal Regno Unito sarà sempre per noi una ferita, vogliamo rispettare il popolo britannico e le istituzioni britanniche, ma questo senso di amarezza e delusione non ci passerà. Sapere Londra lontana da Parigi, Milano, Roma e Berlino sarà sempre molto doloroso. Ecco perché non era il destino che trent’anni fa avevamo cominciato a scrivere”.

Queste sono le parole di David Sassoli, neo-presidente dell’Europarlamento intervistato da Fabio Fazio a “Che Tempo che fa” nella puntata di domenica 13 ottobre, che hanno rimarcato la sofferenza con cui le istituzioni europee si trovano ad affrontare questo delicato tema.

Va considerato che il Regno Unito si è sempre mantenuto su posizioni conservatrici anche per ragioni di natura storica: fin dal suo ingresso nel 1973 ha con fatica accettato di mettere in discussione la sovranità del parlamento britannico, nell’ambito di processi di integrazione sempre più stringenti, finendo per ritagliarsi posizioni specifiche nel corso delle negoziazioni. Un esempio eclatante è la mancata adesione all’unione monetaria.

E' opportuno introdurre un altro tassello prima di snocciolare il ragionamento: il contesto politico post referendum in pillole; Cameron rassegna le proprie dimissioni e al suo posto sale Theresa May. Nel 2017 con l'avvio dei negoziati, vengono indette nuove elezioni politiche allo scopo di consolidare il peso politico del governo in carica, ma il 24 Luglio 2019 esso lascerà posto all’attuale primo ministro Boris Johnson. Quest’ultimo il 28 Agosto ha ottenuto il permesso dalla Regina per chiudere il parlamento inglese fino a metà ottobre con lo scopo di trattare con l’Unione Europea l’uscita e farla approvare alla riapertura dello stesso. Esattamente un mese dopo, la corte Suprema Britannica ha dichiarato inammissibile tale provvedimento, riaprendo il Parlamento, e siamo giunti alla cronaca con un nuovo rinvio autorizzato dai 27 membri UE, il quale ha prorogato nuovamente il termine della trattativa di altri 3 mesi.

La domanda che può sorgere spontanea nella testa di un cittadino europeo che non sia coinvolto direttamente con il Regno Unito è: “Ma a me cosa cambia?”. Di pancia le risposte potrebbero essere “poco o niente”, ma in un ottica molto più ampia ed attenta si possono cogliere gli elementi che fanno perdere solidità a queste affermazioni.

Brexit è molto più di una semplice questione di rapporti politici ed economici tra le istituzioni europee e il Regno Unito. La data del referendum sarà una di quelle che verranno sicuramente ricordate, assieme alla crisi del 2008, per aver ribaltato le nostre vite. Le crisi economiche (subprime 2007-2008 e debiti sovrani 2011-2012) non hanno solo lasciato traccia dal punto di vista economico, ma anche a livello culturale, comportando una perdita di certezza nel singolo individuo che fino ad allora era abituato a pensare la propria vita come ben definita, grazie alla sicurezza economica conferita dalla garanzia che una volta assunto a tempo indeterminato difficilmente si sarebbe ritrovato per strada. Anche la Brexit ha generato una rottura a livello psicologico con il passato, solo che gli effetti non li riusciamo a cogliere ancora perché non si sono ancora definiti i modi in cui questo divorzio avverrà. Badate bene che questo evento ha una grande rilevanza storica proprio perché è una data spartiacque che definisce il futuro dell’Europa con due possibili soluzioni: o si inverte il declino iniziato a partire dal 2003 a seguito delle bocciature alla costituzione europea con i referendum tenutisi in Francia e nei Paesi Bassi oppure l’Unione Europea è destinata a disgregarsi.

La risposta che offriranno le istituzioni europee a questo bivio determineranno se il futuro dell’UE sarà ancora possibile o se andremo verso la disgregazione di ciò che ha garantito per oltre 70 anni la pace nel Vecchio Continente. Le altre superpotenze come Cina, USA e Russia non fanno di certo il tifo per noi, considerato che i popoli europei da soli non hanno il potere economico e politico per poter competere con le prime, mentre la storia cambierebbe notevolmente se fossimo tutti davvero parte di un’unica casa.

Tornando al singolo cittadino che abbiamo lasciato con le sue riflessioni sull’importanza di Brexit sulla sua vita: egli dovrebbe essere preoccupato perché questo passaggio segna l’incertezza sulla tenuta dell’UE, o per meglio dire rappresenta, soprattutto per la mia generazione nata negli anni successivi al Trattato di Maastricht, la possibilità che questa istituzione, per noi innata, possa un giorno non esserci più, perdendo i benefici elencati in questo sito. Alla luce di quanto potrebbe andare perso per sempre, l’uscita del Regno Unito deve essere un grosso campanello d’allarme per farci riflettere su dove stiamo andando e sulla necessità di fare una convinta inversione di rotta.

Brexit è una storia di vinti senza vincitori proprio perché l’Unione Europea e i suoi abitanti perdono un paese membro e i sostenitori della Brexit si accorgeranno di aver ottenuto una “vittoria di Pirro” perché per uscire hanno dovuto sacrificare stabilità politica, stabilità economica ridimensionando il loro status di potenza del vecchio continente.

Matteo Silvestri
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