09/07/2020

Chi pensa ai giovani?

Quanto è importante investire in ricerca e sviluppo per evitare la fuga dei cervelli e valorizzare i nostri ragazzi in Italia

Questi ultimi mesi non sono piaciuti a nessuno. Il distanziamento sociale e il prezzo altissimo che il nostro Paese sta pagando (e pagherà) sono fatti che ricorderemo vividamente anche fra decenni. Come noi emiliani abbiamo cominciato a dividere il tempo in pre e post terremoto, così il mondo intero lo dividerà in pre e post Covid-19. Il 2020 è un anno che nessuno dimenticherà e, cercando di lasciare perdere ogni polemica, è questo il momento (forse l’ultimo) in cui dovremo decidere chi vorremo diventare “da grandi” sia come individui, che come Paese.

Quindi da dove dobbiamo ripartire? Dai giovani e dalla ricerca, senza ombra di dubbio. Chiaramente nel termine “ricerca” includo qualsiasi attività tecnico-scientifica o culturale, che possa migliorare la vita delle persone, sia con effetti diretti che indiretti. Nessuno qui sta negando che ci siano altri problemi, probabilmente ancora più radicati in Italia, ma investire sul futuro dei giovani è una scommessa che dobbiamo avere il coraggio di fare.

Che la ricerca sia importante per il progresso possono riconoscerlo tutti, ma che sia essenziale nella vita e nella prosperità di uno Stato è più difficile immaginarselo. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale i paesi con il PIL (Prodotto Interno Lordo) più alto al mondo sono in ordine: USA, Cina, Giappone e Germania (l’Italia è all’ottavo posto). Questi sono anche gli stessi Paesi che - esattamente in quest’ordine - si attestano ai primi posti negli investimenti in Ricerca e Sviluppo in termini assoluti. In questa classifica l’Italia è tredicesima, e in termini percentuali rispetto al PIL diciannovesima. Ovviamente i fattori che concorrono alla crescita di uno Stato sono numerosissimi, ma questa “coincidenza” ci deve fare riflettere: è poi una scommessa così rischiosa dopotutto?

Possiamo continuare ad auto-ingannarci, credendoci ostinatamente bravi ed intelligenti e raccontando quanto i nostri cervelli siano richiesti all’estero, ma se non cerchiamo di tenerci i cervelli a casa, in termini utilitaristici, serve ben poco aver investito in un sistema scolastico che, seppur con le sue lacune, forma dei professionisti in ogni campo della conoscenza.

Quest’ultimo è un tema cruciale perché, secondo il Centro Studi Confindustria, ogni anno rischiamo di perdere 14 miliardi di PIL a causa degli studenti che si formano in Italia, ma che poi decidono di emigrare e lavorare all’estero. Quindi non è vero che con la cultura non si mangia, ma bisogna avere l’audacia di puntare su questi giovani denominati “mammoni” da gran parte dell’opinione pubblica, altrimenti nessuno avrà mai l’opportunità di potersi smarcare da questo appellativo ben poco gratificante ed usato, il più delle volte, in modo improprio.

In aggiunta, in ogni epoca i più giovani sono stati considerati meno dei loro predecessori e persino Socrate pensava che “I ragazzi d’oggi sono dei tiranni”: è una storia vecchia come il mondo. Tutti ci sentiamo migliori di chi verrà dopo di noi, ma non è così, siamo semplicemente diversi.

È poi sempre e solo questione di priorità. È sempre e solo questione di decidere dove concentrare le risorse del Paese, e se avessimo anche persone competenti a prendere queste decisioni, sarebbe addirittura meglio. Ma questo è un altro discorso.

In ultima analisi non possiamo fare altro che chiedere a gran voce di non venire dimenticati sia perché, dati alla mano, i giovani studenti e lavoratori italiani possono dare una notevole spinta alla nostra penisola, e sia perché molti di noi ancora non possono votare. Diamo voce alle ragazze e ai ragazzi che vogliono cambiare il Paese, prima che questi cambino Paese. La strada è ancora lunga ed è lapalissiano affermare che i giovani siano l’ultima ruota del carro (che già va piano di suo); ma che Paese è quello che ignora chi ha più bisogno di futuro?
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Web designer: Alex Mengoli