23/07/2020

Coabitare: un Porto di mare

Che cos'è Porto 15 e quali sono le prospettive del co-housing in Italia? Ne parliamo con Marianna, una delle ragazze che ne fa parte.

A Bologna, in pieno centro, dal 2017 c’è una casa che è anche porto per marinai con la voglia di prendersi cura di sé, degli altri e dell’ambiente in cui si vive. Si chiama Porto 15 ed, è tra i primi progetti di cohousing ad essere nato in Italia ad iniziativa interamente pubblica, promosso dal Comune di Bologna, con il contributo di A.S.P. Città di Bologna.

La ristrutturazione dell’edificio di via Porto 15 ha dato vita a 18 unità abitative che ospitano circa una 40ina di giovani, single, sposati, con bambini, lavoratori e non. Tra loro, si chiamano cohouser e sono rigorosamente under 35. Ad accomunarli, “il desiderio di migliorare la qualità della propria vita prefigurando un nuovo modo di abitare la casa e la città”.

In Italia non se ne parla ancora molto, eppure nelle grandi città si stanno moltiplicando complessi abitativi, spesso frutto di riqualificazioni, dove si condivide tutto: dal progetto architettonico alla manutenzione degli spazi, dalla suddivisione dei ruoli alla crescita dei bambini e alla sorveglianza dei più anziani.

Questa pratica - non a caso - arriva dalla Danimarca, dove la casa è una dimensione pensata non solo per viverci, ma per con-dividere e aprire lo spazio agli altri. Dagli anni ‘60 ad oggi, sono tanti gli edifici che hanno preso questa direzione, soprattutto nel nord Europa, e stanno sperimentando la condivisione degli spazi abitativi, a discapito delle villette a schiera e delle case monofamiliari. Ambienti come la lavanderia, la palestra, la zona studio e relax diventano di uso comune, mentre altre stanze e appartamenti continuano a mantenere la loro vocazione “privata”.

I benefici di questo nuovo modo di concepire la casa non sono solo economici. Anzi, la socialità e la sostenibilità reciproca vengono prima di tutto, tanto che gli ultimi esperimenti di cohousing vedono convivere negli stessi ambienti anziani, stranieri, studenti e coppie, a dimostrazione del fatto che la costruzione di una comunità non è data soltanto dall’adesione a principi ideologici, religiosi o sociali, ma dalla condivisione di uno spazio e tempo comuni.

Durante il periodo del lockdown, siamo entrati in contatto con Marianna, una delle abitanti di Porto 15. Abbiamo iniziato a fare quattro chiacchiere sui social sulla vita da cohouser e sull’emergenza che ci ha visti tutti distanti, ma che loro hanno vissuto letteralmente in “isolamento sociale”.

Il cohousing, a prima vista, potrebbe sembrare un modo di vivere non adatto a tutti…

Le principali difficoltà sicuramente possono sorgere nella fase iniziale, quindi durante la formazione di quello che è il gruppo, di quella che è la comunità che andrà poi ad abitare insieme. Ovviamente è un momento innanzitutto per conoscersi. E’ molto importante la conoscenza tra le persone e essere consapevoli di quello che comporta vivere in cohousing, di quelle che sono le regole che la comunità si dà. E’ chiaro sin da subito convenire su quelli che saranno gli aspetti del quotidiano, del vivere insieme e in comunità. Infatti noi prima di entrare qui, in Porto 15, non a caso abbiamo seguito un ciclo di 12 incontri di formazione, dei “Laboratori di cohousing” tenuti dalla società cooperativa Sumisura, dove appunto ci siamo resi consapevoli di cosa avrebbe comportato vivere in un cohousing e quindi - con questa scusa - ci siamo anche conosciuti a fondo.

È possibile replicare questo formato di comunità?

Sì, questo modello di comunità, di convivenza, è assolutamente replicabile ed è per questo motivo che siamo coinvolti in alcuni progetti dove appunto la nostra attività è quella di farci un po’ da portavoce di questo nuovo modo di abitare. Rispetto a qualche anno fa, dove - per intenderci, c’erano delle esperienze solo di privati - oggi c’è un interesse più forte. Nel momento in cui il pubblico ha iniziato ad affacciarsi su questa direzione, la sensibilità comunque è accresciuta e quindi sì, sicuramente, è replicabile e noi in questo ci teniamo molto come associazione a dare il nostro contributo.

A fronte di tutti i pregi, ci sono aspetti della privacy e dell'autonomia che risentono di più del vivere in cohousing?

Vivere in cohousing non intacca la propria sfera di privacy e autonomia, proprio perché ciascuno dispone degli spazi privati che vanno dalla cucina al bagno. Quindi è un contesto in cui ciascuno usufruisce della propria privacy, ma allo stesso tempo ha invece degli spazi in comunità, in condivisione con i coabitanti.

Come avete vissuto questo periodo di forzata non-socialità in un contesto come il vostro in cui la socialità è il cuore?

Diciamo che vivere la quarantena in un contesto di co-abitazione non è stato semplice. Proprio perché ci ha privato di quello che è l’aspetto fondamentale, il fulcro, ovvero della fisicità e della socialità degli spazi di cui disponiamo. Però, allo stesso tempo, è stata un’occasione per riscoprirci e rinsaldare quelli che sono i nostri rapporti, re-inventandoci, di fatto. Per esempio, sin da subito - con non poche remore - abbiamo continuato a svolgere quelle che sono le nostre assemblee del cohousing attraverso gli strumenti tecnologici. Anche questa è stata un po’ una sfida, che comunque ci ha permesso di mantenere quella prospettiva di vicinanza che non si è mai arrestata.

In che direzione guarda Porto 15?

Come prospettive future, andremo oltre Porto 15. Stiamo già riflettendo su un Porto 16, nel senso che qui siamo in affitto, con un contratto di 6 anni + 2 e stiamo già ragionando su quella che potrà essere la nostra futura casa. Siamo alla ricerca di nuove possibili soluzioni abitative, magari anche un po’ più fuori dal centro, che però ci permettano comunque di proseguire con questo modo di vivere e abitare, che per noi, ormai, è imprescindibile. Non si torna indietro, ecco. [ride, ndr]. E poi, continueremo in questo modo anche le future attività dell’associazione, che si è costituita una volta entrati qui.
Argomenti: 
Condividi: 
Web designer: Alex Mengoli