30/11/2019

La Condizione dell' Artista

"Pareri di un aspirante inquieto" di Lorenzo Bergamini

Cosa rende un’opera d’arte, qualsiasi essa sia, valevole di essere conosciuta, fruita e amata? Quali aspetti la rendono a tal punto saliente, agli occhi della critica, da decretarne il successo?

In quest’ultimo periodo sono stato libero, complice anche una minor mole di impegni, di impiegare le mie energie al fine di recuperare molte delle opere letterarie e cinematografiche delle quali mi ero, tristemente, privato. Travolto da questo desiderio, a volte vorace, di stipare l’oceano in un bicchiere, ho avuto modo di interrogare me stesso rispetto allo scopo che ogni prodotto artistico intende perseguire.

Quello offerto dal sottoscritto sarà, ahimè, un pensiero parziale e frammentato, in parte a causa dei ristretti spazi all’interno dei quali ci si trova ad agire - un articolo non può avere la pretesa di colmare l’ampiezza offerta da un saggio - ed in parte, dell’ irrimediabile insicurezza di chi scrive.

Il messaggio che ogni opera d’arte, quando di valore, tende a veicolare, si esplicita nello sforzo di mostrare e descrivere la vita come qualcosa di naturale, un genuino susseguirsi di eventi e situazioni, all’interno delle quali il destinatario possa ritrovare prospettive esistenziali, che considerava di difficile avvicinamento.

L’opera piange e ride, perché diviene non solo riflesso della vita, ma sua portavoce: con lei dialoga e si confronta, dando vita a parallelismi ricchi di significato e sapere esperienziale. La vita, raccontata attraverso le lenti della composizione artistica, si fa punto di arrivo di un percorso volto a generare un senso di fratellanza con il pubblico; l’artista non è quindi, solamente, colui in grado di far emozionare, quanto piuttosto un testimone della propria esistenza, la quale viene riproposta allo scopo di condividere un pensiero incapace di essere contento.

Il mondo interiore di uomini e donne viene a trovarsi paragonato ad una fucina piena zeppa dei più complessi stati d’animo, dotati di una straordinarietà tale da non poter essere delineati se non con l’ausilio di metafore e similitudini. La complessità dell’animo umano risulta tale perché contraddistinta da tinte sfumate ed incerte, rappresenta, perciò, un mistero insondabile: è proprio dal tentativo di scovare un linguaggio capace di tradurre in parole questa turbolenta mescolanza di colori che ha origine il processo artistico.

Hermann Hesse non fu capace di ultimare il suo Siddhartha fino a quando egli stesso non ebbe sperimentato il ventaglio emotivo percepibile all’interno del protagonista. Il personaggio incarna lo scrittore, ne diviene sua manifestazione, tanto che il confine tra finzione e realtà punta gradualmente a sfaldarsi sotto il peso di questa reciproca alleanza.

L’opera deriva quindi dell’esperienza diretta dell’autore, non ne è figlia, diversamente da quanto si possa pensare, bensì rielaborazione ponderata del proprio vissuto emozionale; una creatura dotata della medesima unicità di chi gli ha dato vita. La riproposizione di un lavorio interiore raffinato, dedito ad indagare l’eterogeneità della psiche, decreta, da parte dell’autore, la necessità di un incessante interrogatorio fra le diverse parti di sé: produrre lavori che non solo emozionino, ma addirittura pongano il fruitore nella condizione di poter divenire spettatore di se stesso, dei propri processi cognitivi e delle proprie pulsioni, non può prescindere da questo processo di auto-coscienza.
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