04/12/2019

Dieta e inquinamento

Come mangiare bene può aiutare il pianeta

È ormai un dato di dominio pubblico che almeno il 97% degli scienziati sia concorde nell’affermare che il cambiamento climatico in atto sia dovuto al riscaldamento globale e che esso sia di origine antropica (ovvero provocato dall’essere umano). Partendo da questa consapevolezza, nonostante fosse già troppo tardi, nel dicembre del 2015 a Parigi, 195 Paesi hanno trovato un accordo che si pone l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura della Terra entro 2 gradi Celsius.

Questo numero è stato definito come il limite più alto di incremento di temperatura che il nostro pianeta potrebbe sopportare senza che ci siano conseguenze terribili, con danni incalcolabili. Se continuiamo a produrre gas serra, come stiamo facendo oggi, sicuramente sforeremo il tetto dei 2 gradi. Di contro, non è detto che rispettando gli accordi di Parigi ci si riesca, ma gli Stati firmatari devono perlomeno provarci.

Nel mondo, la figura di Greta Thunberg ha sicuramente dato una scossa alle coscienze e, anche in Italia, sono stati organizzati “Fridays for Future”: scioperi degli studenti che, scendendo in piazza, protestano per chiedere ai politici di fare qualcosa per contrastare il cambiamento climatico. Bisogna, però, cercare di darsi obiettivi concreti e non limitarsi a dire che bisogna “fare qualcosa”. Presupponendo, dunque, che il nostro Governo dovrebbe attuare politiche più “verdi” dirigendosi verso l’utilizzo di fonti rinnovabili, viene da chiedersi cosa possiamo fare noi individui per evitare l’innalzamento della temperatura globale. Qual è, quindi, questo qualcosa?

Uno studio della University of British Columbia indica come principali azioni concrete contro il riscaldamento globale quella di fare meno figli (eticamente opinabile, ma sicuramente vera), viaggiare meno in aereo, usare meno la macchina e mangiare cibi di origine vegetale. Ed è proprio quest’ultimo il dato più sconvolgente.

Secondo il Worldwatch Institute e, in secondo luogo l’UNESCO, la produzione ed il conseguente consumo di prodotti di origine animale contribuisce alla produzione dei gas serra per il 51% delle emissioni totali di gas serra, più di tutto il settore trasporti ed energia sommati assieme. Questo non significa che non sia necessario far presa sui politici per produrre energia da fonti rinnovabili, ma anche una radicale trasformazione di tutti gli impianti che utilizzano combustibili fossili in altri che sfruttino fonti pulite, richiederebbe almeno vent’anni e centinaia di miliardi di euro.

Non abbiamo questo tempo, perciò l’azione più impattante che possiamo fare per migliorare il futuro del nostro amato Pianeta Blu è cercare di consumare prodotti di origine animale al massimo una volta al giorno, come consiglia Jonathan Safran Foer nel suo libro “Possiamo salvare il mondo prima di cena”. Basti pensare che una porzione di manzo è associata a una produzione di CO2 sessanta volte maggiore rispetto ad una porzione di legumi (per esempio fagioli), nonostante l’apporto proteico sia pressoché identico. Il consiglio di Foer è indubbiamente difficile da seguire, considerata la dieta italiana (e nella fattispecie quella emiliana) e ciò che i prodotti provenienti dagli animali possano significare nella nostra cultura di massa.

Per completezza, bisogna aggiungere che la soluzione più benefica per la Terra sarebbe quella di seguire una dieta vegana, ma è chiaro che un cambiamento troppo radicale non sarebbe attuabile e potrebbe persino portare ad un effetto opposto di reticenza; perciò è necessario porsi obiettivi alti, ma senza esagerare. Comprendo quanto questo sia complicato, ma bisogna tenere a mente che la priorità ora è ridurre la produzione di gas serra e che uno sforzo del genere non sia poi così incredibile da sostenere. Parafrasando le parole di Foer (che riprende quelle di Roosevelt): se in futuro riuscissimo a salvarci dall’estinzione di massa verso la quale stiamo correndo a grande velocità, guardandoci indietro non ci sembrerebbe di aver compiuto nessuno sforzo, ma solo di aver fatto ciò che era necessario.

O forse è più facile auto-ingannarsi raccontandosi che non siamo abbastanza forti per dire “no” a qualche bistecca? Siamo davvero così pigri?

C’è anche chi potrebbe obiettare dicendo che non cambierebbe niente modificare la propria dieta, “perché tanto lo fanno tutti gli altri”; ma se nessuno cambia qualcosa, sicuramente non cambierà nulla. È noto come i buoni esempi siano essenziali per cambiare un comportamento o un’abitudine, soprattutto se è di matrice culturale, come in Italia, perciò serve che ognuno faccia la sua parte. In aggiunta ai pregi “ambientali” di una dieta vegetariana è anche importante sottolineare che il consumo di carne è strettamente legato alla probabilità di insorgenza del cancro: nei soggetti di mezza età che ingeriscono molte proteine animali è presente un aumento fino al 75% della mortalità complessiva e un aumento fino a 4 volte della probabilità di morire di cancro nei 18 anni successivi. Questa associazione viene attenuata o addirittura annullata se le proteine sono di origine vegetale (Levine et al.). Anche la Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro dal 2015 ha inserito la carne rossa lavorata tra i prodotti sicuramente cancerogeni e quella non lavorata tra i probabilmente cancerogeni.

Nonostante tutte queste evidenze nessuna istituzione statale o europea ha davvero promosso campagne per limitare il consumo di carne, ma non possiamo aspettarli, perciò è necessario iniziare da adesso ad essere più consapevoli di ciò che vogliamo nel nostro piatto e di come questo influirà sul nostro (e altrui) futuro. Comprendo l’imbarazzo e la fatica iniziale nel cercare di cambiare il proprio stile di vita, e soprattutto nel parlarne coi propri conoscenti, ma è la cosa giusta da fare e bisogna farlo ora.

Lorenzo Bortolazzi
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