02/04/2020

Erasmus ai tempi del Coronavirus

Partire per scoprire il mondo e ritrovarsi alla scoperta di sé.

Lo sappiamo tutti che cos’è l’Erasmus nell’immaginario collettivo della nostra generazione: un mega trampolino di lancio. Ci si butta soli alla scoperta di un pezzetto di mondo, forse con l’idea di potersi quasi reinventare, lontano da casa, dalla famiglia e dagli amici di una vita. Ti aspetti di tornare cambiato, permeato dall’esperienza che hai vissuto. Magari anche di aver imparato l’inglese.

Quando sono partita ho avuto la sensazione che lo spazio e il tempo si dilatassero: erano tutti per me. Così come tutto quello che mi sarebbe accaduto, da quel momento sull’aereo in avanti. Erano spazi e tempi pieni di progetti e aspettative. All’arrivo, ho pensato che non ero mai stata così a mio agio in mezzo a tanti sconosciuti. Non avevo mai avuto così netta la sensazione che non ci fosse fretta di trovare il posto giusto. È una scarica di libertà disarmante. Insomma, il mondo che si spalanca ai tuoi piedi e tu, zaino in spalla e passaporto in tasca insieme a una bella dose di arroganza, non vedi l’ora di camminare per quelle strade mai percorse, naso all’insù rivolto al cielo e di inciampare in qualche incontro stimolante.

A proposito, sono molto varie le categorie di studenti in cui ti imbatti: uno spaccato di umanità estremamente interessante. Giusto due parole per raccontarvelo, le merita. Cercate di visualizzarle. Innanzitutto, c’è lo studente “re delle sbronze”, che dalla prima sera è in discoteca e si fa sette shot di tequila uno dietro l’altro, due litri di birra, gira in t-shirt anche se fa -10C°, vomita lungo la strada, muore a letto alle sette del mattino e per sei mesi via così, ma chissenefrega, la vita è una sola. Si apprezza lo stile e poi condividerà sempre con te quella bottiglietta d’acqua che in realtà è vodka liscia.

C’è poi lo studente “turista”, che prima di arrivare ha comprato tutte le guide Lonely Planet del Paese di destinazione, organizzato scampagnate per ogni week end da qui a sei mesi, sa perfettamente quanto costano i biglietti del treno, del tram, dei musei, poco ci manca che abbia memorizzato anche gli orari di apertura dei ristoranti tipici e gira con un frasario di olandese, non si sa mai che non riesca a chiedere indicazioni nella lingua locale. È il tipo su cui puoi fare affidamento se di solito ti serve Google Maps anche per trovare il bagno di camera tua, con lui sarai sempre in una botte di ferro.

C’è anche lo studente “romantico”, colui che sa perfettamente che in Erasmus troverà l’amore della sua vita, se lo sente proprio che questo è il momento giusto e per sicurezza, per essere davvero certo/a che lei/lui non gli sfugga, in fondo l’amore è questione di tempismo, ci prova con qualsiasi cosa abbia due gambe. Non si sa mai. L’unica frase che ha imparato a dire in inglese è: “Posso offrirti da bere”. Meglio girargli alla larga, sono tendenzialmente anime confuse.

E infine c’è lo studente “studente”, categoria un po’ maltrattata, quello che “sono qui per studiare”, “domattina ho lezione alle otto” e “non voglio distrazioni”. Sapete, quei tipi che si fanno sei mesi di ansia alle stelle, maniaci degli appunti che quando perdono una parola a lezione viene loro una crisi isterica, iscritti a tutti i gruppi di sostegno allo studio possibili e poi anche se non sapevano niente passano gli esami col massimo dei voti. Meglio farseli amici subito, il voto risicato che vi salva la borsa di studio alla fine lo dovete a loro.

Quindi vedete, una costellazione di affascinanti opportunità. Purtroppo, è accaduto che dopo un mese il Coronavirus ci ha raggiunti ovunque e ci ha appiattiti tutti. Non vantiamo più il lusso di poter decidere in quale categoria vogliamo rientrare: non si può uscire, non si può viaggiare, non ci si può incontrare, non si può nemmeno andare a lezione. Ci resta una categoria soltanto a cui appartenere, quella degli studenti “Erasmus ai tempi del Coronavirus”, una specie più unica che rara. Nella nostra mente, a un certo punto, siamo diventati i “survivors”. Ci chiamiamo così, capite? Siamo quelli che nonostante tutto, quell’ultimo aereo prima che chiudessero i confini non l’hanno voluto prendere. Lo riconosci, lo studente “sono sopravvissuto”, perché ha più bisogno di contatto umano lui che un eroinomane della sua dose. Si venderebbe la sua ultima amuchina per un abbraccio. E per fortuna almeno ci sono le videochiamate, anche se ieri non sapevi nemmeno di poterle fare con WhatsApp e oggi tua nonna, 70 anni suonati, organizza meeting di famiglia su Zoom.

Lo studente “Erasmus ai tempi del Coronavirus” è quello che si è fatto una settimana di pianti per tutti gli amici che sono partiti, che si consola con il cibo spazzatura, che non sa più distinguere il giorno dalla notte e per cui gli highlights della giornata sono la passeggiata e la spesa. C’è poi qualcuno, tra cui la sottoscritta, che sviluppa una specie di disturbo ossessivo-compulsivo per le pulizie e poco ci manca che con la candeggina ci si faccia anche la doccia. O magari un disturbo maniacale per quei siti che ogni tre minuti aggiornano il numero di contagiati nel mondo, con tanto di simulazione interattiva e stai sempre a discutere di numeri, vaccini, Pil. Per i più duri di cuore, ci sono le lezioni online. Dieci ore di computer al giorno in una stanza di 4m2 più bagno, così che quando metti il naso fuori sei uno straccio, occhi rossi, sguardo vacuo, non sai più esprimerti in nessuna delle lingue che conosci e non riesci a prendere una decisione su quello che vuoi mangiare a cena. Consiglio spassionato: nel dubbio un etto e mezzo di spaghetti aglio, olio e peperoncino ti rimette sempre un poco al mondo. Magari una birra. Tanto poi ti fai 10 addominali e 10 flessioni in camera tua e sei a posto con la coscienza, per oggi basta.

Ma questa è in realtà la parte spensierata. Onestamente, in quei momenti di riflessione interiore, occhi a pesce su quel pezzo di mondo che vedi fuori dalla finestra, capisci che sei un privilegiato finché nessuna delle persone che ami si ammala. Non fa niente se il tuo Erasmus non è stato quel trampolino di lancio nel mondo che credevi: le priorità non sono mai state così chiare. Non fa niente se forse per laurearti ci metterai qualche mese in più, se la tua routine di studente modello è andata a farsi friggere o se non puoi più scendere al bar a incontrare il tuo destino.

L’importante è che non arrivi quel messaggio che ti dice che qualcuno a casa ha la febbre. L’importante, quando incontri qualcuno, è guardarlo negli occhi e chiedergli “Come stai?”. Ma chiederglielo veramente. Abbiamo profondamente bisogno di sentire che anche se siamo lontani dalle persone che ci hanno amato per tutta la vita qui possiamo costruirci una casa.

La verità è che si impara tanto, anche così. Anche l’Erasmus ai tempi del Coronavirus è, in fondo, ma neanche troppo, un’occasione. Sembrerà banale e me lo perdonerete, ma è un momento che porta inevitabilmente a interrogarsi profondamente sulle proprie solitudini, sugli escamotage che nella vita di tutti i giorni cerchiamo per riempire i nostri vuoti. E in questo momento di tempi e spazi vuoti, accantonati progetti e aspettative, a un certo punto da sé stessi non si può più scappare. Non credo nemmeno che sia giusto cercare di riempire di nuovo ogni minuto. Cercare di “far passare il tempo”. Non facciamolo passare sempre. Stiamoci un po’, in compagnia della noia. Ora c’è l’occasione di guardarsi dentro, più che mai, di scendere a patti con chi siamo o con chi crediamo di essere. O con chi vogliamo essere. Ora più che mai facciamo i conti con quelle cose che forse, nella vita, ci illudevamo non ci avrebbero mai toccato da vicino: la malattia, la morte, la distanza da chi amiamo. Sentiamo il cuore un po’ pesante. E possiamo solo aspettare. Ma in questa attesa, resta la sfida con noi stessi. Una sfida che se abbracciata, ci permetterà di tornare a casa e nelle strade con una consapevolezza profondissima di chi siamo e di cosa vogliamo. Non è facile, non lo sarà nei prossimi mesi, ci saranno giorni buoni e altri meno. Non sono mai stata così profondamente grata per i giorni buoni, non ho mai avuto così paura nei giorni no. Nonostante sia una realtà a cui nessuno è mai stato abituato, la quotidianità si rivela intensa. E resta un’occasione per crescere.
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Autori: Dorotea Fortini.
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