22/03/2020

Essere depressi in quarantena

Cosa vuol dire esperire alti livelli di affettività negativa durante un lasso di tempo che non ci permette di uscire dalle nostre case, se non per motivi di prima necessità?

Affettività negativa: una parola che suona abbastanza complicata, ma che sta ad indicare un concetto molto semplice, ovvero il sentirsi depressi, ansiosi e/o in difficoltà quando si tratta di regolare i propri stati emotivi. Quarantena sta invece ad indicare uno stato di cose tale per cui appare consigliabile, se non obbligatorio, che il maggior numero di persone possibili resti all’interno di un’area circoscritta.

In questi giorni siamo riusciti a collegare due concetti, quelli riportati sopra, che pensavamo difficilmente conciliabili. Essere tristi, lo sappiamo da tempo, non significa essere depressi, così come lo “stare in pensiero” non si ritrova paragonabile all’ansia che scaturisce da un disturbo di natura psicopatologica. Cosa vuol dire quindi esperire alti livelli di affettività negativa durante un lasso di tempo che non ci permette di uscire dalle nostre case, se non per motivi di prima necessità?

Significa vedersi proibire la possibilità di una via di fuga. Capiamoci, non che la realtà esterna abbia mai rappresentato un rimedio infallibile a simili malesseri, specialmente quando l’esperienza che se ne fa non viene accompagnata da un fitto lavorio interiore volto a sondare il senso del proprio dolore, ma sicuramente l’idea di uscire, di vedere amici e persone care, si delinea come un fattore capace di impattare positivamente rispetto alla gestione di queste difficoltà.

Cosa potrebbe fare, allora, una persona che si trova ad affrontare il binomio ansia/depressione e quarantena? La risposta non è né semplice, né immediata, ed io stesso non penso di averne una definitiva. Certamente i consigli che si stanno leggendo sui quotidiani in questi giorni possono rappresentare esempi di buona condotta: vestitevi come se doveste andare a lavoro o in biblioteca, mangiate normalmente e non saltate i pasti, fate attività fisica anche fra le mura domestiche suonano bene come mantra, e trovano un loro posto nei significati condivisi di persone con livelli di sofferenza psichica lievi o nella media.

Ho tuttavia l’impressione che queste raccomandazioni manchino il focus dell’intervento: la persona che prova dolore. Questa necessita innanzitutto di comprensione, poi di aiuto pratico: se ci limitiamo a snocciolare pillole di saggezza, il cui rischio maggiore è quello di sfociare nel banale, non saremo mai in grado di entrare in contatto con la sofferenza di una persona costretta ventiquattr’ore su ventiquattro con i propri pensieri. Tale comprensione nasce con lo spostamento del proprio punto di vista, in favore di quello di chi fatica nel trovare gli strumenti adatti a sostenere questo repentino cambio di abitudini. Non dobbiamo permettere che la barriera della solitudine si interponga fra le diverse sensibilità che contraddistinguono i nuclei familiari costretti in casa dalle condizioni avverse di cui siamo a conoscenza.

Esercitarsi nella comprensione dell’altro ed impegnarsi nel creare ponti che colleghino mondi costruiti su densità differenti, potrebbe simboleggiare l’inizio di un percorso culminante con il sollievo di chi soffre; il resto, forse, viene da sé.
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