26/03/2020

Europa dove vai?

Quale strada intraprendere e quanto tempo occorre per poter costruire una vera identità europea

Il dibattito tra europeisti e anti-europeisti si è fatto più acceso negli ultimi 10 anni, in concomitanza con la crisi del 2007/2008 di cui ancora oggi ci portiamo dietro gli strascichi. Nonostante l’utilizzo fuorviante di questo dualismo(europeista e anti-europeista), è innegabile la presenza, in buona parte degli stati membri dell’Unione Europea, di partiti che hanno un atteggiamento estremamente critico nei confronti di un progetto che in passato fu considerato molto ambizioso.

Questo emergere di partiti anti-europeisti è frutto anche di una campagna politica di convenienza, per cui viene additata l’Unione Europea come l’origine di tutti i mali, e in particolare, di quello economico. Ma al di là dell’aspetto estremamente tecnico che è quello economico, una parte della responsabilità va sicuramente ricercata anche tra coloro che un tempo contribuirono alla creazione della Comunità Europea prima, e dell’Unione Europea in seguito.

Infatti, la facilità con cui le persone additano l’Unione Europea come responsabile delle crisi che gli stati membri hanno dovuto affrontare, e che tutt’ora affrontano, è dovuta ad un distacco identitario nei confronti di Bruxelles. Prova lampante di ciò fu proprio il fallimento della Costituzione europea del 2004, che venne bocciata l’anno seguente dalla Francia e dai Paesi Bassi. I cittadini si espressero in modo contrario ad un progetto che, sebbene fosse stato annacquato, aveva come ambizione quella di portare l’Unione Europea ad un’unificazione non solo economica, ma anche politica.

Sono due i principali problemi dell’UE oggi, per cui il secondo può essere visto come conseguenza del primo.

Innanzitutto la mancanza di identità europea. Sul concetto di “identità” bisognerebbe soffermarsi più tempo, ma qui è sufficiente dire che “significa essere parte di un gruppo”(M. Friedman), e che necessita di avere “di volta in volta dei contenuti”(J. Habermas). Contenuti che devono essere comuni, ed essere riconosciuti come tali.

Perchè è così importante questa “identità collettiva”? Perché senza di essa, non si può avere un’unificazione politica. Senza un’identità, non si ha quella comune accettazione e, ancor più, una diffusa lealtà nei confronti degli strumenti e delle strutture di potere(istituzioni), che di conseguenza non sarebbero più autoritative e, quindi, legittimate. Per far sì che le istituzioni europee abbiano questo potere legittimo, è necessario che le persone si riconoscano nei valori e nei contenuti che queste rappresentano. Ed è qui che si presenta la prima difficoltà: quali sono i valori che accomunano i diversi popoli europei, che possono rappresentare/identificare una “società europea”?

Una prima possibilità è rappresentata da quelli che sono i principi universalistici delle Costituzioni dei Paesi membri, quindi i diritti e le libertà che, anche se formulati in maniera diversa, ci accomunano. Ma è sufficiente il “patriottismo costituzionale” di Habermas per creare un'identità europea? In fondo, come dice il nome stesso dei principi universalistici, essi li troviamo in numerose altre Costituzioni in tutto il mondo, e inoltre si presenta la difficoltà di comprendere quali di questi valori, che nei diversi stati hanno pesi diversi, debbano detenere una sorta di ‘primato’. Una difficoltà che ha portato proprio alla stipula di una Costituzione annacquata bocciata 15 anni fa, nella quale non si è avuto nemmeno il coraggio di identificare il popolo europeo con un termine distinguibile, ma utilizzando diciture quali ‘popoli d’Europa’ o ‘cittadini e Stati d’Europa’. C’è chi ritiene che un fattore che accomuna la storia, la società e la cultura di tutti gli stati membri sia la religione cattolica.

Indubbiamente il cattolicesimo, o più in generale il cristianesimo, è un filo conduttore che passa e collega gran parte dell’Europa, anche se non si ferma nel nostro continente. Ma non è sufficiente il pastorale per rendere l’UE il nostro Leviatano; basti pensare che ancora oggi è aperto il dibattito per una possibile entrata in UE della Turchia, e potenzialmente di altri stati del Nord Africa nel qual caso si conformassero ai vincoli di adesione dell’Unione Europea stessa. Quest’ultimo punto ci chiarisce come non sia sufficiente, o meglio, non sia una prerogativa la presenza di fattori culturali e religiosi comuni per entrare a far parte dell’UE, e come questa ricerca di valori e di elementi per la formazione di un’identità europea non sia nemmeno vincolata dalla storia e dai vissuti di quella che è una certezza geografica: l’Europa. Quindi l’Unione europea non è Europa, e l’Europa non è Unione Europea.

Il mancato superamento di questo ostacolo già nel ‘92 con la firma del trattato di Maastricht, ha fatto sì che si iniziasse un progetto ambizioso senza un’unità identitaria e di conseguenza un’unità politica, senza quindi il riconoscimento delle regole del gioco “politico”, un riconoscimento che avviene se c’è una base culturale, una comunanza di ideali e valori e di conseguenza un’idea approssimativa di ciò che l’Unione Europea deve fare ed essere. Ma questa idea non c’era, anzi, era frammentata, tra chi era più propenso al federalismo, chi al confederalismo e chi voleva mantenere l’Unione Europea semplicemente come una “Unione economica”.

Perciò si optò per una depoliticizzazione dell’Unione Europea, con un unico canale rappresentativo quale il Parlamento, all’origine con poteri molto limitati, con la speranza che il tempo avrebbe fatto da “ricucitore” tra le diverse famiglie politiche, e che si sarebbe trovata una soluzione comune. Ma la soluzione non è arrivata, anzi, si è fatta ancora più ingarbugliata dopo l’ingresso nell’ Unione Europea dei paesi dell’Est nel 2004. Così la trasformazione dell’UE è avvenuta per piccole e timide riforme, sintomi di una mancanza di visione comune, mantenendo le istituzioni europee tecnocratiche, quasi con la paura di poter mettere in discussione l’intero progetto qualora si fosse politicizzato troppo. Questo è il secondo problema dell’Unione Europea che, come un cane che si morde la coda, è conseguenza di mancanza di identità e allo stesso tempo alimenta questa situazione di “stallo riformatore”: il deficit democratico.

Non che non ci siano stati dei tentativi, sia nel 2004, sia con piccole riforme istituzionali che hanno visto il ruolo del parlamento crescere nel contesto decisionale. Ma per quanto riguarda la Costituzione, l’errore è stato quello di pensare che l’introduzione di una carta fondamentale, che definisce e tutela in maniera vincolante i diritti dei cittadini e le regole del gioco democratico, fosse la via per la democratizzazione dell’Unione Europea. Infatti la Costituzione non è semplicemente una carta. Perché se la democrazia “è un metodo politico mediante il quale l’ordinamento sociale è creato ed applicato da coloro che sono soggetti all’ordinamento stesso, in modo da assicurarsi la libertà nel senso di autodeterminazione”(H. Kelsen), la Costituzione è l’accordo dei “soggetti” dello stesso ordinamento sociale.

È il momento in cui si accettano le regole del gioco. E per far si che si trovi questo accordo, già nel momento dell’Assemblea Costituente, è necessaria un’unità politica, e di conseguenza un’identità collettiva, la quale, come abbiamo visto, è assente. Per gli stessi motivi anche la strada delle piccole riforme è stata, ed è, fallimentare. Non si è stati capaci di fare un vero passo in avanti rispetto al “modello Maastricht”, sia perché c’è ancora troppa frammentazione tra le classi politiche all’interno delle istituzioni europee, sia perché lo stesso iter processuale delle piccole riforme pecca di deficit democratico, rendendo di conseguenza le stesse riforme viziate di illegittimità democratica.

Tenendo in mente ciò è chiaro come oggi uno spettatore esterno di un dibattito tra anti-europeisti ed europeisti non può che provare sconforto. In entrambi i casi, infatti, non c’è una visione futura ben strutturata, una prospettiva a lungo termine. Da una parte si vogliono smantellare quei passi in avanti(certo con dei difetti) fatti, o addirittura voler uscire da un progetto che ha impegnato economicamente e politicamente gli Stati membri, dall’altra invece si vuole andare avanti, correndo a testa a bassa. Il risultato del contrasto questi due paradigmi è che ci siamo fermati. Ma non è una pausa di riflessione, se così la si vuole chiamare, che si sta sfruttando. Sembra piuttosto che l’Europa stia andando avanti per inerzia.

In questa situazione ho un’idea dalla quale trovo un minimo di conforto: facciamo durare un'Unione Europea fredda, senza anima, fino a quando questa anima non viene trovata. In questo caso l’anima sarebbe l’identità collettiva, l’identità europea. E questa identità si formerà permettendo alle persone di viaggiare, di spostarsi da uno Stato membro all’altro in modi sempre più economici e veloci. O addirittura dando soldi per viaggiare, sia per motivi di studio, sia lavorativi. Ormai sono numerosissimi i programmi finanziati dall’Unione Europea per i giovani: Erasmus+, SVE, EURES, Interrail Pass ecc… . Personalmente, avendo partecipato ad uno SVE, mi sento sicuramente molto più europeo dei miei genitori, e penso che sempre più ragazzi possano dire lo stesso. Insomma, attraverso questi strumenti, si potrebbe anche pensare di creare un'identità europea. La domanda però è: quanto tempo ci vorrà?
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Autori: Carlo Sapienza.
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