02/01/2020

Istruzione: Fioramonti primo martire

Le dimissioni del Ministro che sembrano piangere sul latte versato

Se Santo Stefano è stato il primo martire della storia, Lorenzo Fioramonti, dimessosi dal ruolo di Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca - oltre che dal 1° gennaio anche dallo stesso Movimento 5 Stelle - è il primo del governo Conte Bis. Questo fatto è da considerarsi senz’altro un contraccolpo ulteriore ai danni di una compagine governativa la cui inedita alleanza risulta fragile sin dalla sua nascita.

Le motivazioni che stanno alla base della scelta dell’ormai ex-Ministro sono ben sintetizzate in un post pubblicato dallo stesso Fioramonti, in cui viene sottolineato come sarebbe servito più coraggio da parte del Governo su un tema come quello della Scuola e della Ricerca, veri e propri motori del paese e costruttori di futuro. Più concretamente, col tema del “poco coraggio” l’ex Ministro fa riferimento ad una cifra di 3 miliardi da lui chiesta nella legge di bilancio per il suo ministero, i quali sarebbero potuti arrivare sacrificando le coperture destinate ad evitare l’aumento dell’IVA.

Alla luce di questa vicenda, quali riflessioni si possono fare?

Non vi sono dubbi che le parole di Lorenzo Fioramonti trovino riscontro nella realtà dei fatti. Il nostro paese spende effettivamente poco per l’istruzione, sia complessivamente che in rapporto al Pil, oltre che rispetto agli altri stati dell’Unione Europea. Gli ultimi dati Eurostat disponibili, risalenti all’anno 2017, vedono l’Italia al quarto posto per spesa totale in istruzione (66 miliardi), ben al di sotto di Germania (134,6 miliardi), Francia (124,1 miliardi) e Regno Unito (107,6 miliardi). Altro aspetto rilevante che si nota da questi dati riguarda il crollo della spesa per istruzione nel nostro Paese dal 2009 (72 miliardi) al 2017, in controtendenza con gli aumenti fatti registrare da Germania (+28 miliardi) e Francia (+15 milardi) e la sostanziale stabilità del Regno Unito. Situazione ancora peggiore per quanto riguarda gli investimenti in istruzione in rapporto alla spesa pubblica totale, che vedono l’Italia fanalino di coda della graduatoria UE col 7,9% (in calo, tra l’altro, rispetto al 9% del 2009) (fonte: AGI).

Le sbandierate dimissioni spontanee di Fioramonti, che possono apparire effettivamente sorprendenti in un paese la cui classe dirigente è da sempre incline a preservare a oltranza gli incarichi di potere, dovrebbero però fare i conti con la coerenza rispetto alle misure da sempre cavalli di battaglia del Movimento 5 Stelle, di cui egli è stato parlamentare fino a pochi giorni fa. Il reddito di cittadinanza è stata, a sette mesi dalla sua introduzione, una misura dispendiosa e ben poco efficace. Secondo l’ANPAL, si stima infatti che una percentuale compresa tra il 30 e il 40% dei soggetti “occupabili” non abbia risposto alle chiamate provenienti da Centri per l’impiego. Un po’ pochino, se pensiamo che questa misura è costata complessivamente 7,1 miliardi nel 2019 (fonte: Il Sole 24 Ore).

I dati illustrati in questo contributo suggeriscono quindi molti aspetti interessanti, tra cui il più importante è da riferirsi all’individuazione delle misure che, numeri alla mano, si sono dimostrate scarsamente efficaci e la cui revisione avrebbe consentito a Fioramonti di continuare a fare il ministro, di pari passo allo scongiurare l’aumento dell’IVA senza particolari sacrifici per il comparto destinato all’Istruzione, alla Ricerca e alla Scuola.

Nicolò Guicciardi
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