31/01/2020

Giorno della Memoria, testimonianze sanfeliciane tra Olocausto e Seconda Guerra Mondiale

Ermelina Vincenzi racconta la storia del marito Ildebrando, fatto prigioniero di guerra dopo l'armistizio dell' 8 settembre 1943 e deportato in Germania

Il 27 Gennaio è il Giorno della Memoria. È una ricorrenza che porta con sé una responsabilità enorme: ci viene chiesto infatti di non dimenticare. Di ricordare, almeno per un giorno, cosa hanno significato per l’Europa e per la nostra storia il fascismo, la guerra, i campi di concentramento, le deportazioni. Almeno per un giorno, dobbiamo prenderci sulle spalle l’ arduo e doloroso compito di riportare alla luce i ricordi tragici e le ferite che il Secondo Conflitto Mondiale ha lasciato dietro di sé, perché quello che è stato non sia mai più.

Ed in questo momento più che mai se ne avverte l’urgenza: non può negarsi il dilagare dell’odio e degli episodi di intolleranza, non può non intuirsi la durezza dei cuori e l’ asserragliarsi dei pensieri. Siamo trincerati dietro i nostri schermi, invochiamo la chiusura delle frontiere dei nostri paesi, ci abituiamo all’indifferenza e pian piano, dimentichiamo.

Cogliamo dunque l’occasione di imparare dalla storia, almeno per oggi.

Negli anni Quaranta del secolo scorso, la guerra non passò tanto lontana dalle nostre case e dalle nostre terre: tutt’altro. Si insinuò nelle vite dei nostri nonni e dei nostri bisnonni, qualcuno ancora può raccontarcelo e queste memorie sono la nostra opportunità più concreta.

Questa è la ragione per cui qualche giorno fa, con alcuni amici, ci ritroviamo a suonare il campanello di una casetta rosa di San Biagio, con un po’ di timore: stiamo andando a trovare la Signora Ermelina, 93 anni, “E mezzo!” ci tiene a specificare, per chiederle di raccontarci la sua storia e quella di suo marito Ildebrando, aviere e prigioniero di guerra dopo l’armistizio dell’8 settembre, deportato in Germania e rinchiuso per 25 mesi in un Lager nazista. Immagini che siano ricordi difficili, in cui bisognerà magari entrare in punta di piedi, ma Ermelina è tutt’altro che timore e ritrosia. Ci accoglie con un sorriso da ragazzina e due occhi luminosi e pieni.

Ci accomodiamo in una sala da pranzo un po’ spoglia, arredata anni ’70, la tv accesa: “È la mia compagnia, sapete”. Lì a fianco la foto di un uomo sorridente, suo marito, venuto a mancare da poco più di un anno. Lo ricorda con un affetto profondissimo, un amore che né la guerra né il tempo hanno scalfito: “Siamo stati insieme per 72 anni, 75 se si conta anche il fidanzamento. Quando esco di casa lo saluto come se fosse qui, -Ciao Brando!- gli dico. Mi manca molto.” Sospira, ma sorride sempre. È felice, dice, di tutto quello che ha avuto con lui.

Così la prima domanda sorge spontanea: “Ermelina, come vi siete conosciuti?”

Si illumina: “Era l’aprile del ’43, il Venerdì Santo. Allora sapete la vita era più semplice, tutta qui, casa e chiesa. Avevo un fratello gemello, con cui sono andata ad assistere alla processione, davanti al Municipio. Lui ad un certo punto si è sentito male, per fortuna nei paraggi c’era un amico che si è offerto di accompagnarlo a casa. Brando stava con questo amico, mi ha vista, disse di volermi conoscere. Così si è deciso un appuntamento a casa di mia cugina. È cominciata così”

“Ermelina ti va di raccontarci del periodo della guerra? Cos’è successo a Brando?”

“Io vi riporto soltanto quello che lui mi ha raccontato”, premette. “Non ne voleva parlare con nessuno, ci sono voluti molti anni prima che raccontasse cosa aveva vissuto in Germania. E poi ne parlava soltanto con me, con nessun altro. Aveva anche bisogno di sfogarsi, qualche volta, di tirare fuori le cose”. Ora c’è un velo di tristezza nello sguardo, che si fa serio: “Brando era un aviere, stava a San Giovanni in Persiceto dove c’erano le caserme. È rimasto lì fino all’ 8 settembre, fino all’ armistizio. Tutti pensavamo che la guerra fosse finita finalmente, abbiamo festeggiato. Ma nella notte sono arrivati i tedeschi, li hanno rinchiusi e nel giro di un giorno caricati su un treno bestiame e deportati in Germania. Il viaggio è durato otto giorni, senza mangiare e senza bere, avevano soltanto un secchio, sapete, per i bisogni. Per sei mesi non si è saputo nulla di lui. Nemmeno la sua famiglia sapeva niente. Aspettavamo una lettera o una cartolina. Poi abbiamo avuto notizie: arrivavano delle lettere dal campo di prigionia, diceva che stava bene, ma c’era la censura. Non avrebbe potuto scrivere cosa gli stava succedendo o le avrebbero strappate.”

Si alza, lentamente tira fuori da un mobile una vecchia cassetta di latta, ci mostre le cartoline: la scrittura, un corsivo elegante, si legge a fatica ormai: la carta è ingiallita, ma decifriamo qualche parola.

Non c’è bisogno di incalzarla, il racconto continua spontaneo: “Ha sofferto tanto: la fame, il freddo, le botte. Alla fine, pesava 36 kg. Potevano lavarsi soltanto con l’acqua di una piccola fontana, che condividevano i prigionieri di molte baracche. Volevano che firmasse, che si alleasse con i repubblichini e tornasse in Italia a combattere, ma si è sempre rifiutato. Così li svegliavano alla notte, li mettevano in fila su una panchina e poi con un nerbo li picchiavano”

A quel punto ci scambiamo un’occhiata, atterriti: “È stato disumano”

“Sì, li trattavano come le bestie. Facevano i lavori forzati. Mio marito era un meccanico, era molto bravo, aveva la testa da ingegnere. I comandanti tedeschi se ne accorsero e lo tolsero dal bosco, dove tagliavano la legna, per metterlo in una fabbrica di bombe. È stato fortunato perché non è mai stata bombardata, nonostante il cielo fosse buio per gli aerei che passavano, così diceva. La paura, ogni tanto parlava di una paura terribile che non lo abbandonava mai. Non potevi permetterti di sbagliare nulla sul lavoro, si rischiava la vita. Una volta il comandante di turno lo convocò in ufficio. Era Natale, temette il peggio. In realtà gli diede due fette di pane. Lo stesso comandante che in fabbrica era temibilissimo, a volte lo chiamava a casa sua per fargli zappare il suo orto e poi gli dava qualcosa da mangiare. Il figlio di questo comandante era in Italia, in guerra. Forse per questo con Brando ebbe un moto di umanità. Dopo un po’ fu permesso alla famiglia di inviare dei pacchi con cibo e vestiti. Brando chiedeva cibi calorici, zuccherati e con tanto burro. Una volta ha domandato di inviare un salame! E poi chiese delle scarpe, adatte a stare nella neve. Era scalzo, fino a quel momento aveva indossato soltanto l’uniforme con cui lo avevano deportato e delle ciabatte. Ma là c’era la neve, era sempre bagnato”

“Ermelina, puoi dirci di quando è tornato?”

A questo punto l’atmosfera si alleggerisce, sembra che nella stanza sia tornata un po’ di luce: ci eravamo tutti rabbuiati a sentire i racconti di quell’orrore. Ma Brando è tornato.

Ermelina adesso ride: “Io l’ho aspettato. Lo sapevo che sarebbe tornato, non mi importava come e l’ho aspettato. L’anno dopo ci siamo sposati. È stato uno degli ultimi a rientrare, è tornato in agosto. Gli americani hanno aperto i cancelli del campo in inverno, molti mesi prima, ma erano tutti disorientati, non sapevano cosa fare né dove andare. E poi i bombardamenti continuavano, i cieli erano solcati da aerei tedeschi, americani, inglesi, non si capiva nulla.
Così appena usciti dal campo lui e pochi altri hanno cercato un nascondiglio, per evitare le bombe, ci rimasero per giorni. Poi gli americani li hanno trovati, per un po’ è rimasto con loro e pian piano si è rimesso. È tornato per ultimo anche perché era uno dei pochi che sapeva guidare, così con un furgone ha riaccompagnato molti soldati ex prigionieri ai punti di ritrovo, perché potessero tornare a casa. Finalmente giunge a Pescantina, da lì a Bologna e da Bologna a Mirandola. Camminava sui viali quando un amico lo riconosce e gli dà la sua bicicletta. Quando arriva sotto casa, alcuni amici cantano e suonano per lui e per la sua mamma quella canzone, “Mamma sono tanto felice”. Io l’ho visto la sera dopo.”

“Brando ha mai avuto degli incubi, magari appena tornato?”

“Appena tornato no, mi diceva solo di quanto era felice di essere a casa. Era sopravvissuto, molti non ce l’avevano fatta, erano morti ammazzati o di fame. Mi ricordo soltanto di una sera, quando ormai era già ammalato: era a letto e io accanto, gli tenevo la mano perché voleva che gli stessi sempre vicino. Ad un certo punto l’ho sentito gridare nel sonno. Urlava delle parole in tedesco, un po’ lo aveva imparato nel campo. Ho capito che stava rivivendo qualcosa di terribile”

“Ermelina, un’ultima domanda, poi leviamo il disturbo. Che messaggio vorresti dare, ai giovani, per il Giorno della Memoria?”

“Non tornerei indietro per niente al mondo, mai e poi mai. Ho visto le cose più brutte che potevano essere fatte. E voi, che siete giovani, badate a non fare mai la guerra: le persone muoiono, soprattutto muoiono gli innocenti. Guai, guai a fare la guerra!”

Alex Cestari, Nicolò Guicciardi, Dorotea Fortini
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