14/05/2020

Hikikomori e rapporto con l’errore

Per quali ragioni nasce questo fenomeno di isolamento sociale nel nostro Paese e quali sono i retroterra culturali che possono alimentarlo?

Sentiamo spesso parlare del fenomeno degli hikikomori: ragazzi che volontariamente si isolano dal resto della società, confinandosi all’interno dei propri appartamenti, con l’intento di sfuggire a compiti sociali da loro ritenuti non conformi alla propria persona. La parola hikikomori, letteralmente “colui che sta in disparte”, fu coniata dallo psichiatra giapponese Tamaki Saito, il quale ebbe la possibilità di osservare come, a partire dagli anni ’60, un numero sempre crescente di adolescenti e giovani adulti scegliesse di abbandonare le proprie attività quotidiane, per rifugiarsi in una realtà i cui confini corrispondevano alle mura domestiche.

Con il passare del tempo il fenomeno è andato accrescendosi, e non solo in Giappone, tanto che si possono osservare simili forme di isolamento sociale anche in Italia: stime non ufficiali vorrebbero, infatti, un numero di casi pari a 100.000. Sembrerebbero essere coinvolti per lo più individui di sesso maschile (87,85 %), residenti nel nord Italia (in testa la Lombardia con il 15,3%), con un’età media che si attesta intorno ai vent’anni. Per saperne di più è possibile consultare i riferimenti in fondo all’articolo.

Ricercare una causa prima, ammesso e non concesso che esista, all’isolamento sociale degli hikikomori non è compito semplice, ma ritengo che essa sia rappresentata dalla difficoltà, da parte di queste persone, di gestire l’errore, e dall’impossibilità di vedere in esso qualcosa di costruttivo e fondamentale per lo sviluppo personale. Sbagliare comporta una riconsiderazione dei nostri punti di vista, delle nostre credenze e dei nostri sistemi di riferimento. Equivale ad errare, ovvero allontanarsi da una meta certa, vagare in lungo e in largo alla ricerca di un luogo da poter abitare e del quale andare fieri.

Commettere errori consente di porci in contatto con i limiti che ci contraddistinguono e di divenire autocoscienti, ovvero capaci di fare esperienza di noi stessi, imparando a tararci in base alle situazioni. Rinchiudersi in casa pare, paradossalmente, la maniera migliore per percepirsi liberi, fuggendo dalle aspettative che vengono in noi riposte. Ci si confina nella propria stanza per evadere dal peso di un mondo che pare eccessivamente gravoso, con il preciso intento di evitare il dolore che deriverebbe dall’essere da esso soffocati: “Chi sono io per sollevare un simile macigno? Sarò in grado di farmi carico del fardello che questa realtà sembra avermi riservato?”.

Una simile preoccupazione risulta perfettamente comprensibile, soprattutto considerando la spesso giovane età di ragazzi e ragazze interessati dal fenomeno, in cui l’angoscia rispetto al proprio futuro risulta acuita da una consapevolezza parziale della propria personalità. Il quadro si incupisce ulteriormente se consideriamo l’ambiente all’interno del quale questi ragazzi vivono (osserveremo in questo caso il fenomeno nella sua declinazione occidentale): una consistente porzione della società sembra, infatti, portata a consacrare il mito del “self-made man”, demonizzando, di converso, l’errore, e riponendo gran parte della sua responsabilità nel singolo, che viene a questo punto considerato al pari di un’unità slegata dalla sua totalità e non contemplato in quanto prodotto di un’interazione multilivello con un contesto che lo vede contemporaneamente attore e regista.

Per un adolescente/giovane adulto tormentato da simili preoccupazioni, barricarsi in casa può apparire una soluzione tutt’altro che irragionevole, che lo costringerà, tuttavia, a negare la propria parte di umanità che trarrebbe giovamento dall’essere ferita: la crisi non solo è utile, ma necessaria, poiché, attraverso essa veniamo costretti ad interfacciarci con le nostre debolezze e a scendere a patti con i nostri errori, guardandoli negli occhi ed ascoltando la narrazione di cui si fanno portatori.

Riferimenti

Incidenza del fenomeno in Italia

Mi riconosco in quanto appena letto: chi mi può aiutare?

Il timore dell’errore e le sue radici
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