30/06/2020

Intervista ad Irene Ciambezi – Prima Parte

Una storia incredibile fatta di amore e di accoglienza

Premessa
Il seguente articolo è la prima parte (di tre) di un'intervista molto più ampia, che parla di Irene e dell'accoglienza all'interno della Papa Giovanni XXIII, associazione per la quale lavora, che si occupa in particolar modo delle donne vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale.
In questo primo articolo Irene spiegherà chi è e di che cosa si occupa all'interno dell’Associazione, raccontandoci esperienze di accoglienza vissute in prima persona nella sua vita e che l'hanno fortemente segnata e le storie delle persone incontrate.
Nei due articoli successivi Irene approfondirà invece il discorso della tratta in sé e per sé: di come funziona, dei cambiamenti avvenuti nel tempo e della gestione del traffico di esseri umani da parte delle reti criminali, sia all'estero che qui in Italia.
Infine parlerà del reale reinserimento sociale delle vittime, e di come l'Associazione Papa Giovanni XXIII agisca e "cammini a fianco" delle ragazze per tutto il loro percorso, in sinergia con le regioni, i comuni e gli enti del territorio; coinvolgendo anche i cittadini che desiderano fare esperienza di questo genere di accoglienza. Buona lettura.

Chi sei?
Ciao, mi chiamo Irene Ciambezi, sono una giornalista pubblicista e scrittrice. È la mia professione, ma quando mi presento, mi piace specificare che sono prima di tutto moglie e mamma.

Di che cosa ti occupi?
Con mio marito abbiamo una famiglia affidataria, ciò significa che abbiamo dato la disponibilità ai servizi sociali per accogliere minori o adulti in stato di bisogno o con varie difficoltà, per un breve o un lungo periodo. Nella vita mi è capitato in particolare di approfondire l'aspetto della relazione e comunicazione tra culture e persone diverse, quindi, quasi inevitabilmente, sono diventata all'interno dell'Associazione Papa Giovanni XXIII, di cui vi parlerò successivamente, l'esperta di mediazione e comunicazione interculturale.

Da quanti anni accogliete persone come famiglia affidataria?
Sono circa quindici anni che accogliamo. Tutto ciò è nato dalla proposta di Don Oreste Benzi (fondatore dell'Associazione Papa Giovanni XXIII) di dare una famiglia a chi non ce l'ha. Quindi, come a lui piaceva ripetere, di "aggiungere un posto a tavola" o "aggiungere un posto nella famiglia" per chi ne avesse bisogno.
Come già detto, questo lo faccio insieme a mio marito da circa quindici anni, ma in realtà è dal 2000 che vivo questa intensa esperienza di accoglienza, quindi da ben prima di aver costruito con lui questa famiglia.

Com'è nato questo desiderio di accogliere?
La prima esperienza forte che mi chiese Don Oreste Benzi, che mi ha segnata profondamente, fu l'accoglienza di una donna straniera (di circa 60 anni) senza fissa dimora, malata di tumore che veniva dall'Ucraina. All'epoca lavoravo a Roma come giornalista di Rai Uno e, nonostante il poco tempo e la poca formazione, accettai di aprire la porta di casa mia.
Fu un'esperienza fortissima: aprire la porta, lasciare che una persona sconosciuta che veniva dalla strada entrasse in casa mia, è stato un atto di fiducia. Però mi ha cambiato la vita, perché, più che sentire che stavo facendo delle cose importanti per lei (come curarle le piaghe da decubito ogni sera quando tornavo), da quell'esperienza mi è rimasto questo suo enorme sorriso e il continuare a dire "spasybi spasybi" che in ucraino vuol dire "grazie". Anche per cose che secondo me non erano neanche tanto importanti: magari perché preparavo un piatto di pasta molto semplice e lei sempre "spasybi spasybi", convinta, per lei era una cosa grande, quando per me erano delle cose piccole.
Da quel "grazie" mi sono accorta che ci sono persone che chiedono scusa di esistere, ma che quando le incontri in realtà ti fanno capire cosa vuol dire essere accolti. Paradossalmente io mi sono sentita amata e accolta da Mina. Si era capovolta la situazione. Quando facciamo esperienza di servizio, di Carità o di solidarietà: siamo sempre convinti di essere noi che aiutiamo a "salvare il mondo" e poi, invece, ti rendi conto che c'è un modo di vivere la solidarietà e la Carità che è molto più profondo, che è reciprocità, riconoscere che l'altro può cambiarti la vita, può regalarti un sacco di cose importanti, addirittura farti scoprire quello che sei.

E tu cosa hai scoperto?
All'epoca io ho scoperto una parte di me che non conoscevo: la capacità di inventarmi, di tirare fuori altri talenti, oltre a quello del giornalismo, nel contatto e nella relazione stretta con la persona; nonostante non riuscivamo a capirci poiché parlavamo due lingue diverse, avevamo una sintonia molto grande. C'era un interessarsi l'uno dell'altra, ogni giorno lei mi aspettava, preparava la tavola per me e io ogni giorno tornavo e curavo le sue ferite. Era il mio mettermi a disposizione dove non poteva arrivare lei, ma al tempo stesso, lei mi permetteva di vedere un mondo in cui non sarei potuta arrivare io.
Da lì in avanti ho avuto a che fare in particolare con donne migranti vittime di tratta e nello specifico dell'accoglienza di minori, di ragazzine nello specifico, che vengono dall'esperienza della tratta a fine sessuale.

Parlaci di Elena, la ragazza che accogliete nella vostra famiglia
Elena (nome che abbiamo cambiato per garantirne la privacy) è stata accolta nella nostra famiglia quando aveva 15 anni. È arrivata in Italia che di anni ne aveva appena 14, sbarcata a Reggio Calabria dopo aver affrontato il terribile viaggio in Niger prima e in Libia poi, per un totale di circa 5000 chilometri (foto in basso). Proveniva dal sud della Nigeria, ed era stata ingannata da un'amica di sua sorella che le aveva promesso di accompagnarla in Europa per poter lavorare come parrucchiera. In realtà sua sorella l'aveva venduta.
Di questa cosa Elena se ne accorse solo durante il viaggio, vedendo le violenze e le torture capisce che in realtà dietro c'è un piano più grande, che lei non aveva assolutamente colto. Diverse ragazze insieme a lei sapevano che dovevano seguire questa cosiddetta "Madame" (all'epoca questa era la caratteristica principale delle reti criminali della mafia nigeriana, mentre ad oggi alcune cose sono cambiate) signore più grandi di 40-45 anni, che adescavano le ragazze in Nigeria, promettendo di portarle in Europa, facendo vedere loro che era facile ottenere tanti soldi o gioielli ma che poi, venivano destinate alla prostituzione su strada.
Come precedentemente accennato, Elena in Libia si rese conto che la sua famiglia l'aveva venduta, stipulando un debito al fine di garantirle il viaggio fino all'Europa, debito che però avrebbe dovuto ripagare lei attraverso la prostituzione dato che non c'era nessun lavoro ad attenderla. Sbarcata a Reggio Calabria ha incontrato degli operatori sanitari ma soprattutto, e questa è stata la sua salvezza, ha avuto bisogno dell'ospedale poiché, nel passaggio dal gommone usato per la traversata alla nave della marina militare, si era incrinata alcune vertebre. In ospedale gli operatori le spiegarono che poteva fidarsi e che poteva dire la verità sulla sua età; le chiesero con chi era, chi fossero queste persone che la portavano in Italia, e le dissero che c'era il rischio che l'avrebbero costretta a prostituirsi. Elena, capisce che quello è il momento giusto per chiedere aiuto.

Descrizione immagine

E gli altri sbarcati con lei?
La fortuna di Elena è stata quella di separarsi dal gruppo, poiché, molto spesso quando i migranti sbarcano sulle nostre coste, di fatto sono sempre in gruppo e in gruppo vengono trasferiti con i pullman nelle varie città. Le ragazze, in particolare, durante il viaggio vengono affidate ad intermediari, per poi essere ricontattate e riprelevate una volta arrivate in Italia, addirittura da dentro ai centri di accoglienza stessi, poiché destinate in realtà al lavoro di strada. Purtroppo, una ragazza che viene convinta che sta facendo qualcosa di illegale non scappa, anzi, si affida all'unica persona che conosce, sa che deve stare con lei, sa che esiste un contatto che bisognerà avere per poi iniziare a lavorare e non si immagina veramente che ci sarà la prostituzione, lo sfruttamento, il vivere in una casa con altre persone, il dover pagare l'affitto e il cibo. Tutto coi soldi della prostituzione, come se fosse un lavoro vero. Queste cose, finché uno non le vede, non le sente, non le capisce.

Continua a leggere...
Argomenti: 
Condividi: 
Web designer: Alex Mengoli