07/07/2020

Intervista ad Irene Ciambezi – Seconda Parte

La Tratta a fine sessuale e il viaggio dalla Nigeria all'Italia

Premessa
Il seguente articolo è la seconda parte (su tre) di un'intervista molto più ampia, che parla di Irene e dell'accoglienza all'interno della Papa Giovanni XXIII, associazione per la quale lavora, che si occupa in particolar modo delle donne vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale.
Come anticipato nel primo articolo, nelle prossime pagine Irene illustrerà più nel dettaglio come si svolge la tratta a fini sessuali, descrivendone gli attori, le peculiarità del viaggio che le ragazze compiono, i cambiamenti che le migrazioni e di conseguenza la tratta hanno subito nel tempo e quali prospettive future possono esserci per le ragazze che riescono ad uscire dal giro, spezzando questa terribile catena. Buona lettura.

Ci hai parlato del viaggio che le ragazze compiono, ci spieghi nello specifico in cosa consiste?
Una cosa che tante volte non si ricorda è che fino a 10-11 anni fa la maggior parte delle persone trafficate veniva in aereo. Quando sono iniziati a scoppiare i primi conflitti in Libia e poi in Tunisia, ovvero quando c'è stata la cosiddetta "Primavera Araba", lo sconvolgimento scaturito ha portato le varie reti criminali ad utilizzare di più i viaggi attraverso i confini; attraverso il deserto del Sahara e la Libia da una parte, oppure attraverso l'Algeria verso la Spagna, per venire in Europa. Questo allarmismo dei nostri giorni, sui profughi che vengono dal mare, motivato spesso dal comune timore di esperienze brutte e crudeli o da pregiudizi di "chissà chi viene", ci fa dimenticare che reti criminali con l'obiettivo di portare persone in Europa (in particolare Germania e Austria) sono sempre esistite.
Come già detto, ci si dimentica che prima le persone si trasportavano con l'aereo, con falsi passaporti, passando facilmente da una dogana all'altra poiché il livello di corruzione di moltissimi paesi africani lo permetteva. Altrettanta corruzione c'è, e c'è stata, anche nelle dogane europee, da parte delle forze di polizia dei nostri paesi.

Quali sono le principali differenze tra prima e dopo lo scoppio della Primavera Araba?
Per quanto riguarda la Nigeria sicuramente il mezzo di trasporto e l'itinerario. Nello specifico, tutte le ragazze che provengono dalla Nigeria, dal Ghana, dalla Costa d'Avorio o anche della Sierra Leone, hanno dovuto attraversare il deserto del Sahara in Niger, arrivare in Libia e attraversarla, poi dalle coste di quest'ultima attraversare il mar Mediterraneo e, insieme ai pochi sopravvissuti, raggiungere le nostre coste. Il viaggio avveniva, e avviene, sempre in gruppo poiché molti dei tratti di strada che percorrono fanno parte di "viaggi organizzati". Purtroppo, in questo momento, con i vari conflitti presenti sul territorio Libico, molte persone sono rimaste incastrate in Libia, nelle prigioni, e quindi non sono riuscite a partire. Tutto ciò è proporzionale al conflitto interno, poiché quando sono presenti scontri, le persone non possono muoversi e i trafficanti non riescono ad organizzarsi. Di conseguenza, negli ultimi anni, sono stati aperti altri "varchi" sempre attraverso il Niger, passando per l'Algeria per poi arrivare in Spagna. Per quanto riguarda il nostro paese, dalla Spagna si arriva attraverso la Liguria oppure passando dalla Sardegna.
Il primo caso registrato, che ci ha fatto capire che erano avvenute delle modifiche nel percorso dei migranti, riguarda la nave Aquarius, respinta quando Matteo Salvini era Ministro dell'Interno. Quando all'Aquarius fu rifiutato l'attracco in Italia, dopo nove giorni in mare, la Spagna decise di accoglierla e i migranti furono fatti sbarcare. Una settimana dopo, in Veneto (in una città che per privacy preferiamo non specificare), in strada abbiamo incontrato una ragazza nigeriana che era sbarcata da quella stessa nave. Questo, non perché lei sapesse dove fosse il Veneto o perché desiderasse arrivare in quella città precisa, ma perché alla partenza i suoi aguzzini l'avevano già destinata a quella città e in un modo o nell'altro ce l'hanno fatta arrivare. Stesso discorso si applica alle ragazze provenienti dall'est Europa: una persona di un paesino sperduto dell'Ungheria, per esempio, non può sapere dove si trova Verona o dove di preciso deve andare, se in zona Zai piuttosto che in Via Emilia a Modena; non conosce qual sarà la sua postazione o quanto dovrà chiedere al cliente, tutte queste cose gliele insegnano una volta arrivata.
La storia di questa ragazza dovrebbe insegnarci come, da una parte, il mar Mediterraneo è molto ampio e quindi, per quanto pensiamo di poterlo controllare da soli, non ci riusciamo, dall'altra parte ci ricorda che siamo davanti ad un problema che comunque va affrontato dalla radice. Purtroppo però, spesso siamo nel mondo della menzogna, dove non si racconta la verità e si preferiscono gli slogan.

Spesso sentiamo parlare di "Mafia Nigeriana", cosa puoi raccontarci a riguardo?
Partiamo dal presupposto che la mafia nigeriana in Italia esiste perché ci sono delle possibilità di infiltrarsi, in particolare in un contesto in cui sono già radicate le nostre mafie. Queste reti criminali di matrice etnica (riportato anche nel report annuale della direzione antimafia) hanno adottato i medesimi sistemi: con strutture gerarchiche ben organizzate con tante figure di intermediazione, tantissima omertà e strumenti sempre più raffinati di pressione psicologica e fisica per intimidire le vittime, esattamente come fanno le nostre mafie. Purtroppo noi in Italia non possiamo dimenticare che abbiamo il primato tra Camorra, ‘Ndrangheta, Cosa Nostra eccetera, e tutte queste organizzazioni criminali spesso stipulano accordi per permettere anche ad altre mafie di infiltrarsi nel territorio, ricavando attraverso la prostituzione, proventi per i finanziamenti di altri traffici più significativi. Come quello di armi (al primo posto tra i traffici internazionali) o quello della droga (al secondo posto). Quindi è chiaro che il traffico di esseri umani, per le mafie e l'industria della prostituzione è fondamentale, poiché mantiene vivi altri traffici; dopotutto sono soldi facili e soprattutto non tracciabili. Stesso discorso si applica per altre tipo di mafie, come quella albanese o rumena.

E le forze dell'ordine?
Tutte queste cose non sono delle novità per chi si occupa di tratta, e ovviamente non è una novità nemmeno per le forze dell'ordine che cercano, periodicamente, di contrastare in maniera più o meno puntuale il fenomeno; non solo territorialmente ma anche a livello transnazionale. Purtroppo, il problema è profondamente radicato.
Noi, come Associazione Papa Giovanni, diciamo spesso che non basta trovare nuove strategie di contrasto o di avere chissà quali forze di polizia, per noi alla radice del problema resta e rimane chi consuma, quindi i clienti. Al di fuori dello sfruttamento a fine sessuale ci sono altri fenomeni che cerchiamo di contrastare, come ad esempio la vendita di prodotti realizzati con lo sfruttamento lavorativo o forme di lucro sull'elemosina. A tal proposito è interessante notare come, quando si danno soldi a chi è per strada, senza volerlo si rischia di alimentare la tratta a fini di accattonaggio: oggi infatti, moltissime persone che sono in strada a chiedere l'elemosina sono parte di gruppi organizzati e spesso, i soldi che raccolgono durante il giorno, alla sera vengono ceduti ai loro aguzzini.

Ci hai parlato di "organizzazione" e di gruppi organizzati, puoi entrare più nel dettaglio?
Quando parliamo di tratta diciamo sempre che c'è una sorta di ragnatela. Il ragno intesse con vari fili questa maglia che strangola la preda al centro, ma i vari fili della ragnatela sono composti da tante persone, ognuna con un ruolo diverso. C'è chi adesca le vittime nei luoghi di origine, chi organizza il viaggio, chi gestisce i costi di ogni tratto, chi trasporta le persone e chi si occupa della regolarizzazione dei documenti (sia in Italia che in Europa). Ci si affida ad avvocati del paese di arrivo (nel nostro caso italiani) che non identificano queste donne come "vittima di tratta" ma le aiutano, per ingenuità o per omertà, ad ottenere l'asilo politico senza approfondire la loro storia migratoria; stessa cosa accade quando si cercano degli affittuari per alloggiare le ragazze, che fanno finta di non sapere nulla del lavoro o dei movimenti delle stesse. O ancora, capita che per andare a lavorare in strada, le ragazze siano accompagnate da autisti italiani, i cosiddetti "papa giro", che sanno tutto del contesto di sfruttamento ma non denunciano. Perciò, quando parliamo di mafia nigeriana, dobbiamo sì parlare di una violenza e pressione psicologica imputabile alla figura della madame che gestisce il traffico, ma dobbiamo anche tenere in considerazione questo tipo di persone: esterne alle organizzazioni ma in qualche modo complici di esse.

Continua a leggere...
Argomenti: 
Condividi: 
Web designer: Alex Mengoli