16/07/2020

Intervista ad Irene Ciambezi – Terza Parte

L'Associazione Papa Giovanni XXIII, una scelta di vita per far sentire gli ultimi un po' meno soli

Premessa
Il seguente articolo è la terza parte (su tre) di un'intervista molto più ampia, che parla di Irene e dell'accoglienza all'interno della Papa Giovanni XXIII, associazione per la quale lavora, che si occupa in particolar modo delle donne vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale.
In quest'ultima parte, Irene parlerà più nello specifico dell'azione svolta dall'Associazione Papa Giovanni XXIII nell'ambito dell'accoglienza delle vittime di tratta. Non solo, ripercorrerà le tappe del suo padre fondatore, Don Oreste Benzi, spiegandoci i valori pedagogici alla base dell'accoglienza e come è possibile, per chi lo desiderasse, dare il proprio contributo all’Associazione.

Come nasce e di che cosa si occupa l'Associazione Papa Giovanni XXIII?
L'Associazione Papa Giovanni XXIII è nata più di cinquant'anni fa: fondata nel 1968 da un sacerdote riminese di nome Don Oreste Benzi con l'intento e l'impegno di accogliere disabili o bambini inviati dai servizi sociali, i quali avevano temporaneamente bisogno di una famiglia. La peculiarità della nostra Associazione risiede nel proporre questo tipo di scelta di vita a figure genitoriali, quindi a delle mamme e dei papà, in quanto crediamo molto nell'affido parentale; inteso anche come periodo di sostegno alla famiglia di origine. Per questo, dove è possibile, cerchiamo sempre di recuperare tutte quelle relazioni caratteristiche di una vera famiglia.

E per quanto riguarda l'accoglienza delle ragazze vittime di tratta?
Come associazione crediamo molto nell'accoglienza e nell'affido e questo vale anche per le ragazze che vengono dalla strada, in particolare minorenni. Quest'impegno dell'Associazione è cresciuto dagli anni novanta quando ci sono state le prime grandi migrazioni, in particolare dall'Albania e successivamente anche dalla Nigeria. Con questi grandi flussi migratori purtroppo si andava sviluppando anche la tratta di persone, in particolare di donne, che venivano portate qui in Europa per essere poi sfruttate nell'industria della prostituzione. In quegli anni Don Oreste, parroco di Rimini, ha iniziato ad incontrare sulle strade riminesi donne e ragazze che si prostituivano. Da lì in avanti ha deciso di dedicarsi anche a loro, soprattutto perché non riusciva a concepire come la donna potesse essere utilizzata solo per un pezzo di sé, solo per il corpo. Don Oreste ha sempre professato che ognuno di noi come persona non esiste se non in forma integrale: che di una persona non esistesse solo la mente, solo i sentimenti, soltanto la parte psichica o corporea, ma esiste come insieme, come originalità, come identità.
Come detto prima, non poteva sopportare che di una persona si usasse solo il corpo e da questo principio, così all'avanguardia per il periodo, ha colto quello che ora, molti movimenti femministi in giro per il mondo, stanno gridando a gran voce. Ovvero che la dignità della donna si raggiunge garantendole i diritti fondamentali e professando la parità tra i sessi. Che non ci può essere un genere che sovrasta l'altro o uomini che acquistano il corpo delle donne, perché è nella complementarietà dei sessi che c'è equilibrio, sia all'interno della vita sociale che all'interno di quella familiare.
Da questo incontro è partito tutto, lui per primo e poi tutti coloro che lo seguivano. Così, nelle varie città dove operava l'Associazione, si sono costituite le case famiglie e sono nate le prime famiglie affidatarie. Successivamente si sono costituite delle piccole équipe di strada che avevano come obiettivo principale quello di andare là dove queste donne venivano costrette a prostituirsi e incontrarle in un modo completamente diverso da quello che era un classico incontro con un cliente; avvicinavamo le ragazze non per chiedere "quanto costassero" ma per conoscerle, per stare un po' di tempo con loro, sulla strada.
Questa modalità viene portata avanti tuttora. In Italia, abbiamo 30 unità di strada attive in 12 regioni e con queste équipe, formate da membri dell'Associazione e volontari adeguatamente formati, portiamo avanti questo compito; con l'obiettivo di costruire con le donne che incontriamo una relazione di fiducia per dire "noi ci siamo" e proporre ad ognuna di loro di scappare da quella situazione e di iniziare insieme un percorso di recupero e integrazione.

Chi sono i membri dell'Associazione? E i volontari?
La nostra Associazione nasce, prima di tutto, come scelta di vita e quindi la maggior parte di noi sono comuni cittadini lavoratori; nel tempo, chi ha conosciuto Don Oreste o è entrato in contatto con le case famiglia, si è appassionato a questo tipo di servizio e ha dedicato sempre più tempo a queste persone.
Dopotutto Don Oreste era un parroco quindi partiva dal presupposto che dovessero essere proprio le famiglie ad aprire le porte alle persone che erano in difficoltà, come se fosse un ampliamento naturale del nucleo famiglia. Nella storia dell'Associazione abbiamo avuto tante coppie che non potevano avere figli alle quali Don Oreste ha affidato bambini, magari disabili, che erano figli di nessuno, talvolta abbandonati in ospedale. Oppure donne di strada che non sapevano dove andare e che venivano affidate a queste famiglie per poter iniziare con loro un percorso di "rinascita", per ricominciare a vivere dopo lo sfruttamento.

Come membri dell’Associazione, percepite uno stipendio o è tutto volontariato?
L'idea alla base è quella di dare una famiglia a chi non ce l'ha e quindi il tutto si poggia su un contesto di tipo familiare; questo vuol dire che la maggior parte delle cose che facciamo vanno avanti in un'ottica di grande Provvidenza. Ovviamente all'interno dell'Associazione ci sono diverse figure, c'è chi sta affianco degli ospiti e a coloro che vengono accolti, e c'è chi lavora esternamente, magari affiancando il servizio alla propria professione. Ci sono poi alcune persone che svolgono dei servizi di supporto di tipo gestionale o amministrativo i quali lavorano a tempo pieno. Dietro la nostra Associazione infatti c'è comunque una macchina grandissima, internazionale, e le strutture di accoglienza sono tantissime: oltre 500 nei 5 grandi contenenti, quindi è chiaro che debbano esserci degli uffici preposti a questo.
Tuttavia di norma viviamo del frutto del nostro lavoro come la maggior parte delle famiglie italiane. Poi, è chiaro che nel nostro Stato esistono finanziamenti dedicati ai progetti per le vittime di tratta, per esempio le unità di strada, di 30 che ne abbiamo (sparse per tutta Italia), alcune di queste ricevono un finanziamento di tipo economico. Il tutto però è spesso coadiuvato dalle regioni, alcune di queste ci sostengono, in altri casi non abbiamo nessun tipo di finanziamento. Questo però non ci impedisce di portare avanti l'unità di strada o l'accoglienza, perché è più forte il desiderio di aiutare che la burocrazia. Spesso, prima di verificare se c'è un progetto, un sostegno o un finanziamento economico, si decide di aiutare. Facciamo il contrario di quello che molti fanno: se vediamo che qualcuno ha bisogno cerchiamo di attrezzarci e poi, nel caso ce ne fosse bisogno, chiediamo ovunque. È chiaro che la maggior parte delle nostre famiglie si sostiene soprattutto con il lavoro, non siamo dipendenti dall'Associazione e per molti di noi lo spirito principale è quello della gratuità, poi è chiaro che se non si riuscisse ad arrivare a fine mese, chiediamo aiuto.

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