25/06/2020

L’italiano è morto! Noi lo abbiamo ucciso

E' proprio vero che la diffusione di termini inglesi sta mettendo a repentaglio la lingua italiana?

Studiando nel ramo delle lingue straniere, spesso e volentieri mi sono ritrovata ad ascoltare lunghi discorsi su come la catastrofica espansione di termini inglesi nell’italiano potrebbe minare le sorti della nostra amata lingua natia. Eppure, non è così. La banale realtà è che tutto questo, per la maggior parte, è allarmismo gratuito e un appiccicoso lascito della campagna contro i forestierismi condotta dal Fascismo.

Come premessa, bisogna tenere a mente che le parole appartengono a una categoria aperta, quindi soggetta a continui cambiamenti, e sono lo strato più esterno della lingua, quindi più sensibile alle influenze. L’italiano è da secoli una lingua altamente permeabile, ovvero che “assorbe” facilmente al suo interno parole straniere, e ricchissima di prestiti linguistici – a volte talmente radicati che non ci rendiamo nemmeno conto che lo siano! –, grazie alla sua centralità nei commerci e nello scambio culturale tra l’Europa, il nord Africa e il Medio Oriente. Per fare un esempio, lo sapevate che una grossa fetta delle parole che usiamo per esprimere azioni di semplice vita quotidiana viene dal francese? Parlare, mangiare, svegliarsi sono alcune tra le tante. E abbiamo anche una ricca eredità di parole di origine spagnola che usiamo nel linguaggio comune, come baccalà, patata e tabacco.

L’inglese ha cominciato a lasciare delle impronte nella nostra lingua solo dal secondo dopoguerra, quando è diventata la lingua franca per eccellenza e la cultura anglosassone ha guadagnato prestigio (basti pensare al “Sogno americano” degli anni ’50). Ma, osservando bene, i cosiddetti “anglicismi” rientrano per la stragrande maggioranza nel linguaggio degli àmbiti specialistici, come la medicina e l’economia, che si rivolgono a un pubblico internazionale. Invece, non si sono infiltrati più di tanto nel linguaggio comune, se non per l’esigenza di nominare concetti che prima erano sconosciuti in italiano e sono stati quindi importati senza modifiche, come smartphone, blogger, etc.

In concreto, su 7.000 parole del nostro linguaggio comune, appena 31 sono di origine inglese! E nel vocabolario esteso, contenente gli àmbiti specialistici, lo sono 8.000 su oltre 200.000 parole (GRADIT 2007). Stando a questi dati, non sembrerebbe proprio un’inarrestabile sopraffazione dell’inglese sull’italiano. In ogni caso, il lessico è un organismo e l’introduzione di parole nuove e l’uscita di scena di altre indicano che una lingua è viva, e sta quindi seguendo il suo corso naturale.

L’unica critica che si potrebbe muovere è quella contro i prestiti di lusso, ovvero quei termini inglesi che sostituiscono una parola già esistente in italiano (per esempio, utilizzare meeting invece di riunione). Oppure l’invenzione di termini inglesizzati, come navigator, solo per opacizzare e confondere la comunicazione (tecnica appositamente utilizzata nella politica e nella pubblica amministrazione). In entrambi i casi si parla comunque di situazioni rare, se messe a confronto con la vastità del vocabolario italiano.

In conclusione, se mai davvero un giorno “l’italiano morirà”, non sarà certo per via dell’inglese. È forse più preoccupante il costante impoverimento del nostro linguaggio: gli italiani si esprimono con un lessico sempre più ristretto, e si allontanano sempre più dalla lettura (ISTAT 2018). A tal proposito, la Zanichelli ha introdotto di recente il progetto chiamato #paroledasalvare nell’ultima edizione del suo vocabolario della lingua italiana: introducendo il simbolo di un fiore accanto ad alcuni termini, si è posta “l’obiettivo non solo di far conoscere una parte meno nota del patrimonio lessicale italiano, ma anche di invitare al suo utilizzo, per ritrovare il gusto di prediligere parole meno consuete arricchendo di sfumature il proprio modo di comunicare”.

Il progetto non è stato portato avanti solo nelle edizioni dei dizionari cartacei, ma è arrivato anche nelle piazze. Infatti, in alcune città italiane sono stati temporaneamente installati grandi schermi a forma di dizionario, che le persone potevano consultare per scegliere una “parola da salvare”, e condividendola sui social si sarebbero impegnati a adottarla. Illustrazioni della nuova edizione a cura dell’artista Fernando Cobelo.
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Autori: Laura Vincenzi.
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