15/06/2020

La distanza che può accorciare le distanze

Come le lezioni online possono rendere speciale e ricca la conclusione di questo anno scolastico.

Lezioni in presenza, uscite in giornata, gite in Italia e all’estero, chiacchiere davanti alle macchinette, file al bar, ricevimenti generali, attività pomeridiane di ogni genere, riunioni di commissioni e sottocommissioni, caffè con chiacchiere che, il più delle volte, si rivelano essere le più operative, viaggi degli studenti a flusso continuo verso la segreteria pur di perdere qualche minuto... È innegabile: il Coronavirus ha trasformato questo anno scolastico e ha aggiunto «a distanza» ad ogni situazione: abbiamo appreso un nuovo lessico e nuove sigle: didattica a distanza, lezioni a distanza, valutazioni a distanza, riunioni a distanza, consigli a distanza, collegi a distanza, incontri a distanza, dipartimenti a distanza… Ma anche chiacchiere a distanza, ricevimenti genitori a distanza, confronti fra colleghi e con la Dirigente a distanza. Tutto a distanza: insomma un altro lavoro. Un’altra vita: per gli studenti e per gli insegnanti. Un altro modo di concepire spazi e tempi; di immaginare la continuazione del dialogo educativo.

«Hai fatto la revisione del Piano di Lavoro?» «Sto sistemando i PDP» «E il verbale del Consiglio?» «No, dai… è più urgente rimodulare gli obiettivi di apprendimento» «Hai pensato ai nuovi criteri per l’assegnazione del voto di condotta» «No, sto sistemando le percentuali delle non partecipazioni alle attività sincrone» «Hai segnalato alla segreteria le non partecipazioni?» «Devo aggiornare il Piano a consuntivo» «Ti confondi: è preventivo!» «Colleghi, è sia l’uno che l’altro» «Scusami, devo scappare, ho un webinar!» «Scappo vah, che ho una diretta con i ragazzi!» «Hai letto l’ordinanza ministeriale sul Documento del 15 maggio (che intanto è diventato del 30 maggio)?» «Hai visto l’avviso sullo sciopero e la procedura per dichiarare la presa visione?» «Come sei messo con i PAI?» «Adesso mi sono buttato sui PIA» «Sto aggiornando le annotazioni blu, rosse e gialle sul Registro» «Lo scrivi tu sull’agenda della classe?» «Hai sbagliato orari! Hai messo una lezione nelle mie ore!» Sì, abbiamo un po’ la sindrome di Mazzarò de La roba di Giovanni Verga: le mie ore, le mie lezioni, i miei alunni, la mia materia, la mia scuola, il mio programma, le mie verifiche, i miei voti! Dobbiamo ancora incontrare il viandante che ci faccia riflettere sulla frivolezza dell’idea di possesso… «Io preparo l’allegato 2, tu fai l’allegato 4?» «Ho messo i voti sul Registro!» «La griglia di valutazione è la stessa!» «In due ore ho fatto Montale!» (come è un mistero da fare invida alla Christie o a Conan Doyle… anche perché con la DaD due ore sono poco più di un’ora) «No, io l’ho tagliato perché non ho fatto in tempo!» «Sei riuscito a parlare di attualità?» «Sì, sono arrivato alle bombe atomiche» «Hai messo i voti blu?» «Hai messo l’annotazione sulla possibilità di recuperare?» «Ma i voti non erano rossi o verdi?» «Gli ho dato un non voto» «La possibilità di recuperare andava sull’agenda o nelle annotazioni?» «Io metto tutto su classroom» «Io preferisco l’aula virtuale del registro elettronico» «No no, io mando via mail» «Prof, potreste mandare tutti i materiali nella stessa modalità?».

Giuro: non sto scherzando! Queste le nostre chat in queste settimane. Molto simili, immagino, a quelle di tanti docenti d’Italia, per lo meno delle scuole superiori. E l’elenco potrebbe proseguire per pagine: prima del 22 febbraio mi bastava mettere sotto carica il cellulare alla sera: negli ultimi mesi ho aggiunto anche la pausa pranzo, pur usando il computer più o meno dodici ore al giorno! Con buona pace dei miei occhi, della mia schiena e del diritto alla salute del lavoratore agile.

Il COVID19 è stato nella scuola una rivoluzione sociale, antropologica, umana, educativa, sociologica, organizzativa, comportamentale, mentale, pedagogica, antropologica e filosofica insieme. Ci siamo reinventati, il più delle volte improvvisando, affidandoci all’impegno assunto nei confronti degli studenti, delle loro famiglie, della Scuola, dello Stato: certamente se avessimo aspettato le linee guida o le direttive, avremmo faticato meno. Lo abbiamo fatto tutti insieme, prendendoci per mano con più o meno vigore, a seconda dei casi, e andando avanti, fra mille inciampi, il più delle volte burocratici, verso la meta della fine dell’anno, che quest’anno appariva più lontana del solito ma che poi è arrivata, con le gioie e i dolori di chi la scuola la ama e la vive come una missione, nonostante dall’alto le notizie fossero nella migliore delle ipotesi vaghe, nella peggiore in contraddizione con quelle già ricevute.

«Tutto al mondo passa – scriveva Leopardi ne La sera del dì di festa – e quasi ombra non lascia». Figuriamoci un anno scolastico: sembrava non dover finire più e ora che è finito, un po’, mi dispiace. Mi sembrerà strano non vedere – se così posso dire – i miei alunni tutte le mattine, non ricevere più messaggi a tutte le ore del giorno e della notte, non mandare loro raccomandazioni di ogni genere, soprattutto ai maturandi.

Alla fine di ogni anno, ho il vizio di voltarmi indietro per riflettere. Quest’anno non posso permettermelo: «com’è stato questo anno?» «È stato così!» A chi mi chiedesse di aggiungere altro, direi che non voglio voltarmi indietro per fare dei bilanci: le emergenze richiedono risposte razionali, pronte, in poco tempo, possibilmente efficaci e utili. Abbiamo però potuto aggiungere alcune certezze alle tante che – con un briciolo di sana presunzione – noi insegnanti abbiamo sempre: la prima è che la scuola è un luogo fisico irrinunciabile, per noi come per gli studenti; la seconda consiste nell’assunto che tutto va sempre messo in discussione, perché ci possono essere tante vie per arrivare ad un obiettivo e, infine, ma non per minore importanza, la tecnologia è parte delle nostre vite, con le conseguenze positive e quelle negative che questa onnipresenza porta con sé.

E in questa epoca, in cui la forma ha pirandellianamente sempre la meglio sulla sostanza addirittura a scuola (propongo una sfida ai colleghi più coraggiosi: durante le riunioni degli organi collegiali, proviamo a cronometrare quanto tempo discutiamo di procedure, di forme, di modelli, di moduli di verbale, di tabelle, di griglie, di numeri e quanto della crescita dei nostri studenti, di esperienze nostre e loro, con loro e per loro, di formazione vera, di missione dell’insegnamento), può succedere che un’epidemia mondiale, che aumenta in poche ore le distanze fisiche e sociali, chiudendoci nelle nostre case (già questa è una fortuna non indifferente perché c’erano persone che una casa dentro cui chiudersi non l’avevano e non ce l’hanno tuttora), permetta anche di accorciare quelle stesse distanze proprio grazie agli strumenti tecnologici di cui siamo dotati (anche qui si potrebbe riflettere sui dati tutt’altro che rassicuranti pubblicati dall’ISTAT in questi giorni sul rapporto studenti/device). Ebbene sì: con la didattica a distanza abbiamo, a volte, accorciato le distanze. Lo abbiamo fatto – alcuni di noi lo hanno fatto – interagendo con i nostri studenti più audaci ben oltre l’orario scolastico o i minuti di conversazione appena fuori da scuola, anche fino a tarda notte, ascoltando i loro pensieri, i loro sogni, le loro aspirazioni, condividendo un po’ di paure – anche gli insegnanti hanno paura – chiacchierando del più e del meno e ricostruendo un minimo di socialità, per loro e anche per noi. Quando io frequentavo il liceo, chattare con il prof. o con la prof. era un’idea che non mi sarebbe neppure passata per l’anticamera del cervello: fino a pochi mesi fa, la chat, le mail, la condivisione di foto, link, notizie, meme e gif erano all’ordine del giorno: ora abbiamo aggiunto addirittura le videochiamate individuali o di gruppo, diurne o notturne, con cui entriamo virtualmente nelle case dei nostri alunni e loro nelle nostre. «Prof sono libri veri o è un poster quello che ha dietro?» La distanza può accorciare le distanze.

Per giorni ho pensato: non posso salutare gli studenti di quinta con un arrivederci e basta, al termine di una diretta! Stanno per fare l’esame di Stato; per molti di loro si conclude qui il cammino scolastico iniziato quando erano bambini: e la mia mente pensava a come rendere questo finale dell’anno comunque speciale. Ci siamo accorti quanto sia mancato il suono dell’ultima campanella dell’ultima ora dell’ultimo giorno di scuola, per parafrasare il temerario Molinari, protagonista di Notte prima degli esami, che ha il coraggio di dire in faccia al prof. che odia di più, tutto quello che pensa, nei modi in cui lo pensa. Avrei voluto invitare tutti i miei alunni in un parco per salutarci, a distanza, ma dal vivo: poi davanti agli occhi, come dei titoli di coda, mi sono arrivate le implicazioni, le possibili multe, gli assembramenti, le proteste che accompagnano sempre chiunque faccia qualsiasi cosa. E comunque stavo cercando un’occasione speciale per augurare loro buona vita e per fare in modo che all’immagine degli ultimi momenti di scuola, negli anni futuri, oltre ai collegamenti, alle piattaforme e agli audio da attivare o disattivare, ci fosse qualcosa di più vero, di più profondo.

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