15/12/2019

Il mondo all'asta: come gli Stati se lo spartiscono

Quanto incide il fenomeno del land grabbing sull'economia internazionale?

IL LAND GRABBING è il fenomeno della corsa alle terre da parte del grande mercato finanziario e la nuova forma di colonialismo nel mondo. L’affitto di terreni, grandi quanto intere regioni italiane, è iniziato da dieci anni a questa parte come conseguenza della crisi economica del 2007 e 2008.

Quest’ultima, infatti, ha determinato un innalzamento dei prezzi dei prodotti alimentari di base, considerati dagli azionisti i cosiddetti “beni rifugio”, su cui hanno ripiegato per limitare i danni. Ciò ha provocato due grandi conseguenze. Innanzitutto, il profitto di questo settore finanziario, dovuto anche all’utilizzo di alimenti per la produzione di biocarburanti, ha spinto investitori stranieri, multinazionali e fondi d’investimento a puntare su un mezzo di produzione necessario per il mais, il grano e il riso, come per ogni altro bene alimentare: la terra.

Secondo, l’aumento dei prezzi per queste risorse ha colpito gli strati sociali più poveri, soprattutto in quegli stati che non hanno la possibilità di soddisfare buona parte del fabbisogno interno tramite la loro produzione. Ciò ha comportato non solo casi di malnutrizione di massa, ma anche vere e proprie rivolte capaci di mettere in crisi lo stato interessato. Si ricordano in questo senso le rivolte del nord Africa, in particolare dell’Egitto e della Tunisia. Di conseguenza, vediamo protagonisti del Land Grabbing proprio quegli Stati che hanno a disposizione grandi quantità di capitale, ma una limitata capacità di produzione agricola per soddisfare la domanda interna, come gli stati arabi del Golfo e, soprattutto, la Cina.

DOVE vanno a comprare le terre? Il fenomeno di Land Grabbing più ingente si sta verificando in Africa, in particolar modo nella Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan, Mozambico, Madagascar, Etiopia e Congo Brazaville, a seguire l’America Latina, con il Brasile e l’Argentina in testa (qui opera una famosa multinazionale che produce soia per i biocarburanti, che ha acquistato buone fette della foresta amazzonica: la Cargill) e l’Asia, con la Siberia e Papua Nuova Guinea sopra a tutti gli altri stati asiatici. I paesi da dove provengono più capitali, investiti in terreni, sono gli Stati Uniti, per cui si parla di capitale privato, con investimenti dal valore di 10 milioni di ettari, la Malesia con investimenti per 4 milioni di ettari e la Cina, per la quale si parla di capitali di imprese pubbliche per 3,2 milioni. In totale, da uno studio del 2016, il numero di ettari interessato è pari ad 88 milioni. Probabilmente ad oggi coinvolge una superficie che supera di tre volte quella dell’Italia.

LE CONSEGUENZE del Land Grabbing arrivano fino alla nostra tavola, permettendo al consumatore europeo, e non solo, di trovare continuamente cibo a basso costo nei supermercati. Questo fenomeno causa però, tra le altre cose, anche una migrazione di massa. In Africa lo Stato è proprietario sovrano dei terreni, i quali vengono messi all’asta nell’inconsapevolezza di chi su quei terreni ci vive, che da un giorno all’altro possono ritrovarsi “sfrattati” dalle loro terre. Realtà basate sull’agricoltura a cui non viene lasciata altra scelta se non abbandonare tutto e andarsene in cerca di fortuna, o lavorare per l’investitore straniero, il quale non offre abbastanza lavoro per tutti, e talvolta, non assume nessuno: alcune multinazionali e alcuni Stati, infatti, oltre che a portare soldi, portano anche i lavoratori. C’è chi potrebbe pensare che questi investimenti siano un bene. Importano il know how nel settore agricolo, estremamente rurale in queste zone del mondo, in modo da aumentare la produttività e risolvere, almeno in parte, il problema di malnutrizione che affligge stati come l’Etiopia. Sbagliato. La maggior parte, se non tutta, dei prodotti agricoli è destinata, come accennato, al commercio americano, cinese, dei paesi Arabi e quello europeo, il nostro. Allora perché gli Stati lo fanno?

PER LA VALUTA. Quella che conta: il dollaro. Infatti il birr etiope, il metical mozambicano o la kina papuana e tante altre monete locali, non hanno nessun potere d’investimento nel mercato internazionale. Hanno bisogno di dollari per investire, e per ottenerli sono disposti a svendere le proprie terre. I piani di leasing sono fatti dai governi in modo del tutto dispotico, senza discussione pubblica, ma semplicemente annunciati a cose fatte, più per gli investitori che per la popolazione stessa. Si tratta di affitti a lunga scadenza di appezzamenti di terra, con prezzi che possono variare dai 60 centesimi ai 16 dollari all’anno per ettaro. Un nulla.

MA CHI è coinvolto? Non è un fenomeno nascosto, semi legale. È agli occhi di tutti. Non sono nate iniziative per bloccare rapporti commerciali verso questi tiranni, non ci sono vincoli d’investimento basati su obblighi per i governi locali di dare vita a riforme istituzionali mirate alla nascita di un processo democratico. Gli affari continuano, ben sapendo dei meccanismi che si celano dietro. Gli Stati che più hanno abbracciato le strade del neoliberalismo, tra cui anche il nostro, sono indirettamente coinvolti in questo mercato, facendo ponte, tramite l’IFC (il braccio finanziario della Banca Mondiale), tra i governi locali e gli investitori, stimolando gli accordi. Altri Stati con economie più centralizzate, invece, sono i diretti protagonisti di questo neocolonialismo, che fa parte di un piano strategico di sicurezza nazionale interna, a discapito di quella dei Paesi messi all’asta.

IN CONCLUSIONE voglio lasciarvi con una riflessione, concentrandomi sul continente che più ha subito e subisce, il fenomeno di accaparramento delle terre: l’Africa.

Quando sentiamo le tipiche frasi provenienti da tutti i partiti italiani e non solo, come: “dobbiamo aiutarli a casa loro”, dovremmo chiederci: chi aiutiamo in realtà? Perché finora i grandi progetti di aiuti economici effettuati in Africa hanno causato più ricchezza per i nostri mercati, povertà per le popolazioni locali e migrazioni importanti verso l’Europa, come gli Extended Credits Facility pensati dal Fondo Monetario Internazionale. Esiste una reale iniziativa nel permettere agli Stati africani di raggiungere uno sviluppo economico tale da competere alla pari con il resto del mondo? O siamo troppo spaventati di perdere il continente più ricco del pianeta in materia di risorse naturali? E noi, come cittadini, facciamo abbastanza? Chiaramente è difficile resistere alla tentazione di comprare verdura, frutta ed altri prodotti alimentari a basso prezzo, e magari nel farlo possiamo pensare di aiutare proprio gli agricoltori di questi paesi. Purtroppo, se un prodotto africano è capace di arrivare al supermercato di una grande città come in quelli di un paesino di diecimila abitanti, vuol dire che tale prodotto non proviene dal tipico agricoltore locale.

Perciò l’immigrazione che sta colpendo negli ultimi anni l’Italia e l’Europa è in parte conseguenza diretta delle melanzane che acquistiamo a 20 centesimi in meno, come di un trend positivo del mercato finanziario che vediamo al telegiornale. In parte l’immigrazione, quindi, è causata dal Land Grabbing. Se noi compriamo le loro case, le loro terre, dove volete che vadano?

Carlo Sapienza
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