21/02/2020

Parasite - L’inglese non basta più

Recensione dell'ultimo premio Oscar di Bong Joon-ho a cura di Francesco Pedrazzi

La premiazione degli Oscar di quest’anno, tenutasi a Los Angeles il 9 febbraio, a dispetto di ogni pronostico ha regalato non poche sorprese. Tra premi alle categorie d’animazione abbastanza discutibili ed un Martin Scorsese rimasto a bocca asciutta, nonostante le ben dieci candidature ricevute per la sua ultima impresa “The Irishman”, il vincitore incontrastato di questa edizione, che ha fatto man bassa di premi in categorie molto importanti, è stato “Parasite”, un film della Corea del Sud.

La pellicola di Bong Joon-ho si è aggiudicata quattro statuette, rispettivamente nelle categorie di Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Regia, Miglior Film Internazionale (che da questa edizione ha cambiato nome dal precedente “Miglior Film Straniero”) e Miglior Film. Si potrebbe comunque pensare che quattro statuette non sono poi questa gran cosa; dopotutto i tre film che detengono il record di più Oscar ottenuti: Ben Hur (1959), Titanic (1997) e Il Signore degli Anelli - Il Ritorno del Re (2003) ne contano ben undici ognuno.

Quindi come mai tanto scalpore solo per quattro premi? Torniamo un attimo indietro.

Da qualche anno a questa parte si è notata una massiccia convergenza di molte forme di intrattenimento, e non solo, verso un politicamente corretto portato all’estremismo e all’esasperazione. E l’Academy non è certo in fondo alla lista.

Nelle ultime edizioni del più importante premio cinematografico a livello mondiale, abbiamo assistito a candidature e vittorie che talvolta non sono state dettate dalla qualità o dal merito, quanto più per ingraziarsi, o meglio non inimicarsi, parti della comunità che più di una volta si sono sentite escluse, lasciate in disparte o poco considerate. Ad aggiungersi a ciò non bisogna dimenticare la tendenza dell’Academy a prediligere film “dal sapore americano”, quelli di loro produzione, quelli che fanno più parlare di loro, quelli anche un po’ commerciali. Se in tutto questo non vi è nulla di male, d’altra parte contribuisce ad accrescere la sorpresa per la vittoria di Bong Joon-ho sopra colossi del cinema come Quentin Tarantino ed il già citato Scorsese.

E se ci volessimo spingere ancora più in là, è molto importante anche ricordare che gli americani non doppiano film che non siano stati girati in lingua inglese, e forse questo è uno degli aspetti più sorprendenti che ruotano attorno alla vittoria nella categoria di Miglior Film: per la prima volta nella storia un film sottotitolato, con l’audio in lingua coreana, si aggiudica il premio dei premi.

Quest’ultimo aspetto costituisce davvero un passo importantissimo per le modalità di fruizione di un’opera cinematografica: saperla recepire ed apprezzare nella lingua d’origine, riuscendo a scavalcare sia “la fastidiosa intrusione dei sottotitoli” sia la pigra abitudine alla quale ormai siamo volontariamente assuefatti, di voler a tutti i costi vedere un film doppiato (per quanto l’Italia disponga di doppiatori di tutto rispetto) e di non prendere nemmeno in considerazione la visione nella versione originale.

Ai Golden Globes di quest’anno, tenutisi circa un mese prima degli Oscar, a seguito della vittoria di Parasite nella categoria di Miglior Film in Lingua Straniera, Bong Joon-ho ha commentato: “Una volta superata la barriera alta pochi centimetri dei sottotitoli, scoprirete tanti altri incredibili film”; e noi non possiamo fare altro che augurargli altre cento di queste pellicole!

Con Parasite abbiamo assistito ad una vittoria della meritocrazia come non mi sarei mai aspettato di vedere alla premiazione di un’organizzazione che, in maniera nemmeno troppo velata, tende verso la spettacolarità e l’imponenza delle grandi produzioni.

Parasite si è conquistato un posto fondamentale all’interno della storia del cinema divenendo il primo film straniero a vincere come Miglior Film, il premio più importante in assoluto, lanciando un importantissimo messaggio sia all’industria cinematografica che agli amanti del cinema, ovvero che è ancora possibile realizzare un brillante film d’autore che al contempo è anche una perfetta pellicola d’intrattenimento, e non fa differenza da quale Paese del mondo quest’ultimo provenga.

Francesco Pedrazzi
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