11/05/2020

Tutti con il Presidente Mattarella all’Altare della Patria

Lo scorso 25 Aprile c'eravamo tutti, a modo nostro, con il Capo dello Stato, a rendere omaggio in solitaria al sacello contenente i resti del Milite Ignoto presso l' Altare della Patria. Ecco un' altra immagine forte che questa pandemia ci ha restituito.

Una comunità, sia essa un’associazione sportiva, una classe, un luogo di lavoro, un piccolo comune o una grande città, ha bisogno di riti, di momenti condivisi in cui fare memoria, di cerimonie che, proprio perché ripetute sempre uguali nel tempo, garantiscono continuità e trasmettono un messaggio che travalica il presente. Anche, e soprattutto, una nazione ha bisogno di questi riti, perché «La memoria umana», ammoniva Primo Levi aprendo I sommersi e i salvati, «è uno strumento meraviglioso ma fallace», e soltanto conoscendo le nostre origini, è possibile proseguire un cammino collettivo di crescita, di sviluppo e di progresso.

Fra le numerose immagini che ognuno di noi porterà con sé della pandemia che stiamo attraversando, oltre a quella di Papa Francesco orante in una Piazza San Pietro deserta su cui ho già avuto occasione di riflettere, mi piacerebbe si imprimesse quella del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che lo scorso 25 aprile, da solo, ha reso omaggio al Milite Ignoto.

Un rito che rientra nella tradizione della nostra Repubblica e che ci ha permesso di vedere nei decenni i Presidenti recarsi all’Altare della Patria ogni 25 aprile, ogni 2 giugno, ogni 4 novembre per celebrare queste ricorrenze, rendendo omaggio a tutti gli italiani che, con il sacrificio della loro vita, hanno permesso la libertà, la pace e l’unità. Fu il Presidente Ciampi ad esaltare e a farci riscoprire i simboli della Repubblica, non solo istituendo la festività del 2 giugno (L. 366/2000), ma più in generale favorendo una sensibilizzazione diffusa sulla centralità dei luoghi e dei simboli dello Stato, al fine di accentuare il sentimento di appartenenza. Il suo successore, il Presidente emerito Giorgio Napolitano ha continuato in quella direzione, in particolare nel corso del 2011, 150° anniversario dell’Unità d’Italia. I riti e le ricorrenze, grazie alla lungimiranza dei Presidenti e alle celebrazioni a cui essi hanno voluto dare un significativo impulso, ci hanno permesso di riscoprirci italiani e di affezionarci ancora di più alla nostra Patria, alla nostra bandiera, alla nostra identità.

In questo 2020, anche l’omaggio al Milite Ignoto in occasione della Festa della Liberazione è stato insolito: lo scorso 25 aprile, infatti, ad accogliere il Presidente Mattarella all’Altare della Patria, non c’erano né le più alte cariche dello Stato, né le sezioni militari o paramilitari dell’esercito su Piazza Venezia; niente onori militari, niente Inno eseguito dalla banda dell’Esercito, niente Canzone del Piave durante la salita, niente applausi da parte delle persone presenti, niente corteo. Il Presidente è arrivato da solo, con la mascherina e, da solo avvolto dal silenzio, ha percorso quella scalinata immensa, solitamente gremita di persone e apparentemente ancora più maestosa proprio perché vuota, arrivando fino al sacello che ospita i resti del Milite Ignoto, per deporre una corona e per raccogliersi in qualche minuto di omaggio e, probabilmente, di preghiera.

L’assenza di tutti ha però permesso la presenza di tutti. Di tutti noi. Seguendo la diretta in televisione ho avuto per la prima volta la sensazione di essere davvero lì con lui, insieme a tutti gli italiani, accanto alla figura che ci rappresenta e che, ancora una volta, ci ha fatto sentire fratelli. Il Presidente da solo, come tutti noi siamo isolati da settimane per il nostro bene e per il bene collettivo, ha compiuto un gesto con tutti noi metaforicamente al suo fianco per rendere omaggio a chi il nostro bene collettivo lo ha pagato con la vita; o meglio a colui che rappresenta tutti coloro che, con la vita, ci hanno offerto un paese libero e democratico.

Il 25 aprile scorso, più di quanto sia accaduto nelle occasioni precedenti, mi sono sentito vicino al mio Presidente – al «capo della famiglia degli italiani», come si definiva l’indimenticato Pertini – e, con lui, a tutti gli italiani perché stiamo attraversando insieme, tenendoci per mano, questa parentesi buia della nostra storia, che dobbiamo mettere a frutto anche per riaccendere il nostro affetto per l’Italia e per le Istituzioni che la rappresentano.

Era il 1880: re Vittorio Emanuele II di Savoia, Padre della Patria, era scomparso due anni prima e in Parlamento arrivava una proposta di legge perché si realizzasse un monumento al re che aveva unito l’Italia. L’allora Ministro di Grazia e Giustizia Giuseppe Zanardelli – lo stesso che di lì a poco avrebbe emanato il primo Codice Penale italiano con cui, fra le altre misure, venne permesso il diritto di sciopero e fu abolita la pena di morte – sposò questa proposta e ne conseguì la realizzazione del Vittoriano, ovvero il monumento al re galantuomo, Vittorio Emanuele II.

All’indomani della Grande Guerra, nel 1921, questo immenso e solenne contesto fu scelto come la sepoltura ideale di un soldato ignoto che rappresentasse tutti gli italiani caduti in guerra per la Patria. Undici salme irriconoscibili furono riesumate da undici punti diversi del fronte italiano (dalle Dolomiti, dal Piave, dall’Isonzo, da Rovereto, Gorizia e da altri luoghi) e furono traslate in undici bare nella Basilica di Santa Maria Assunta di Aquileia (UD). Qui fu chiesto a Maria Bergamas, madre di un soldato disperso durante il primo conflitto mondiale, di scegliere quale bara dovesse essere condotta a Roma, ovvero quale corpo sarebbe diventato quello del figlio di tutti i genitori che piangevano figli scomparsi, il padre di tutti i figli che piangevano padri scomparsi, il fratello di tutti coloro a cui la guerra aveva portato via un fratello. Maria Bergamas, come un comandante militare, passò in rassegna le bare: la figlia racconterà dell’intenzione di scegliere l’ottava o la nona bara, poiché l’8 e il 9 erano numeri che ricordavano alla madre il figlio Antonio. Davanti a quelle bare si vergognò di aver tentato di ricondurre aspetti personali ad un riconoscimento di valenza nazionale e svenne davanti alla decima salma, che fu scelta, avvolta nel tricolore e portata in treno a Roma, con un viaggio della durata di alcuni giorni nei quali in tutte le stazioni per cui passava, il popolo si ritrovava per un applauso, per un saluto, un omaggio a quel soldato e a tutti gli italiani che, perdendo la vita, hanno permesso la vittoria – seppure «mutilata» per dirla con D’Annunzio – del conflitto.

L’Altare della Patria, visto bene, ci insegna che siamo stati un grande paese e, soprattutto, che potremmo ancora esserlo qualora davvero ci sentissimo tutti parte e tutti corresponsabili della nostra nazione, non solo in occasione dei mondiali.

Ho accompagnato più classi in gita a Roma e questa è sempre stata una tappa imprescindibile: ho visto studenti commuoversi ascoltando questa storia, ho colto nei loro occhi il desiderio di grandezza, di immensità, di veri ideali in cui credere e per cui combattere: altro che semplificazioni, superficialità o presunte protezioni in cui troppo spesso li immergiamo soffocandoli.

Sì, lo scorso 25 aprile, insieme al Presidente Mattarella c’eravamo tutti. Voglio pensare che sia andata così quella giornata: ma proprio tutti noi italiani, vecchi e nuovi. Sia quelli più affezionati alle Istituzioni, sia quelli più distanti: soprattutto questi ultimi spero abbiano rivalutato, durante questa ennesima emergenza che il nostro Paese ha conosciuto – questa volta condividendola purtroppo con il mondo intero – il ruolo, l’importanza e l’imprescindibile necessità delle Istituzioni e delle varie realtà che costituiscono l’organizzazione dello Stato. Mi sento pertanto in dovere di ringraziare il Presidente Mattarella per questo gesto così semplice, così vero e proprio per questo così efficace.

Luca Gherardi
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