20/05/2020

San Felice al Centro: dal sisma al virus che paese sarà?

Intervista a Paolo Campagnoli su prospettive e ricostruzione del Centro Storico sanfeliciano

Oggi è il 20 maggio. Sono passati ormai otto anni dal primo sisma che sconvolse non solo San Felice, ma un intero territorio che comprende la Bassa modenese, ferrarese e mantovana. Un territorio in cui secondo la vulgata, fino a quel momento non era successo mai niente, e di cui si poteva dire tutto, ma non certo che non si vivesse una vita tranquilla.
Da quel 2012 di acqua sotto i ponti ne è passata davvero parecchia, e penso che da allora le persone che vivono qui si siano lasciate alle spalle sempre più questo evento, archiviandolo progressivamente come un brutto ricordo che si spera non avvenga più per moltissimo tempo.
Questo anniversario però è diverso. Sarà per questo ripiombare improvvisamente in un’emergenza, questa volta sanitaria, che siamo tornati a renderci conto, oggi come allora dell’importanza della salute e della serenità nella propria routine, sia essa lavorativa o sociale.
E’ tutto ciò che mi ha spinto a realizzare questa intervista a Paolo Campagnoli - archeologo e conosciutissimo professionista del nostro paese - che con la sua solita franchezza ci ha parlato del Centro Storico di San Felice sul Panaro, e delle idee per una ricostruzione e un rilancio tali per cui sia davvero al passo coi tempi e capace di intercettare le nuove esigenze dei nostri concittadini, e non solo.

Paolo, abbiamo deciso di intervistarti perché oggi è l’anniversario di un avvenimento che non scorderemo mai. Domanda quasi obbligata: che bilancio possiamo trarre su ciò che è stato fatto per la ricostruzione post sisma nel corso di questi otto anni?

Innanzitutto permettetemi di ringraziarvi per il vostro invito a esprimere il mio pensiero su un tema così complesso. Cercherò di rispondervi con la ruvida franchezza che da sempre mi contraddistingue, precisando che le mie sono semplici opinioni personali maturate in 35 anni di studi e di lavoro nel campo dei beni culturali e territoriali.
Sulla ricostruzione emiliana ci sono luci e ombre che sono state più volte sottolineate in questi anni. Diciamo che le cose migliori sono state fatte nella ricostruzione delle realtà produttive e dell'edilizia privata, entrambe entrate in una fase ormai conclusiva. Più delicato è il tema dei beni culturali e dei centri storici. Il loro recupero è sicuramente più complesso dal punto di vista progettuale, amministrativo e cantieristico, dovendo tra l'altro tenere conto della necessità di coniugare il rispetto della memoria e della storicità degli edifici con le esigenze strutturali e funzionali della contemporaneità.
Semplificando si può dire che per i singoli beni culturali della Bassa Modenese si ha una situazione “a macchia di leopardo”, con pochi significativi interventi conclusi, diversi in corso d'opera e molti ancora in fase di progettazione o con avviato il percorso autorizzativo.
Sui centri storici credo che invece manchi una chiara strategia per il loro rilancio complessivo, perché interventi settoriali – ad esempio sulle sole attività commerciali – o limitati a singoli eventi, come festival e fiere, non sono sufficienti. I centri storici sono aree complesse nelle quali i temi della residenzialità, del commercio e della cultura, solo per citarne alcuni, vanno collocati in una visione di insieme di medio e lungo periodo, tra l'altro all'interno di una relazione spaziale che comprenda le loro periferie e i relativi territori comunali in una dimensione di “area vasta”. E non mi consola il fatto che questo sia un problema molto diffuso in tutta l’Italia.

Ci risulta che tu sia abbastanza critico col paradigma della ricostruzione “com’era e dov'era”, almeno per quanto riguarda quella dei beni storico-culturali. Ci aiuti a capire e a dare una chiave di lettura rispetto a questa tua tesi?

Distinguiamo tra “dove era” e “come era”. Diciamo che il nostro terremoto, per quanto devastante, non impedisce di recuperare i beni culturali dove effettivamente si trovavano prima del sisma. Una ricostruzione con spostamento si sarebbe potuta pensare per alcuni singoli casi gravemente compromessi e sostanzialmente limitati ad alcune chiese. Una di queste è proprio la Parrocchiale di San Felice, per la quale si poteva pensare a un consolidamento suggestivo di quanto rimasto per una destinazione di tipo culturale, affiancata dalla costruzione di un nuovo edificio nella vicina Piazza Ettore Piva (Piazza del Mercato).
Ma per fare questo bisogna avere una concezione dinamica e non statica dell'architettura e dell'urbanistica, tra l'altro non ripiegata solo sul localismo. Una visione che a me personalmente è maturata nel corso dei miei studi e che si è arricchita aprendomi ad altre realtà italiane ed europee. Come ho avuto modo di scrivere nel mio libro “Un'altra Emilia. Architetture e Paesaggi prima e dopo il sisma”, edito nel 2015 dal Dipartimento di Architettura dell'Università di Bologna, la Storia, quella con la “esse” maiuscola, ci insegna che l'architettura e l'urbanistica sono sempre state evoluzione di forme e di volumi nel tempo e nello spazio e mai sterili repliche di se stesse.
Questo soprattutto dopo i terremoti. Perché un conto è restaurare, un conto è ricostruire un bene praticamente distrutto. Nel primo caso si tratta di un recupero giustificato e giustificabile, mentre nel secondo caso c'è il forte rischio di cadere nella finzione e nel falso storico.

In questi anni, nella politica locale, si è acceso spesso il dibattito sulla complessità burocratica derivante dalla ricostruzione, specialmente quella pubblica. A tal proposito ti chiedo, quanto un'amministrazione comunale può intervenire, in base ai propri poteri, per accelerare i processi di ricostruzione e quanto ci sono, invece, tempi burocratici non aggirabili?

Non ho competenze così tecniche da rispondere in modo approfondito a questa domanda. Più in generale direi che in Italia l'Amministrazione pubblica parte da un presupposto sbagliato: è quello che solo la complessità burocratica possa garantire la legalità, secondo l'assunto che più controlli ci sono e più vi è la certezza di fare le cose regolari. Una complessità che spesso sfocia nella cavillosità e nella incapacità di distinguere tra cosa è sostanziale e cosa è marginale.
Di certo posso dire che una Amministrazione comunale ha il potere per inserire i singoli interventi di ricostruzione pubblica in una progettualità complessiva all'interno della quale individuare delle priorità. Faccio un esempio sui beni culturali di San Felice: quali dovranno essere le future destinazioni d'uso della Rocca, del vecchio Municipio, della Torre Borgo e del Teatro Comunale in futuro? Esiste una idea che li colleghi in modo complementare nelle loro funzioni, in modo da restituire alla Comunità un centro storico vivo socialmente, culturalmente ed economicamente e – magari – rinnovato e modernizzato nelle funzioni?
Ecco, questa è una scelta che spetta alla politica e che esula dalla complessità della burocrazia. In sintesi: decidere se restituire al Municipio la sua originaria funzione amministrativa o farne, ad esempio, una “casa delle arti” è una di quelle scelte che può cambiare non solo la vita di questo edificio ma dell'intera comunità.

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