06/04/2020

I silenzi e le pause della storia

La supplica di Pio XII durante i bombardamenti di Roma nel 1943 e la preghiera solitaria di Papa Francesco: riferimenti importanti per un'umanità oggi smarrita, che necessita di ritrovarsi

Il 15 marzo scorso abbiamo visto le immagini di Papa Francesco che, camminando lungo la via del Corso in una Roma insolita e deserta, ha voluto recarsi a pregare nella Chiesa di San Marcello, in cui è custodito il Crocifisso miracoloso che avrebbe salvato la città dalla peste nel 1522. Venerdì 27 marzo poi, il Santo Padre ha voluto compiere un altro gesto che certamente sarà ricordato a lungo: davanti ad una Piazza San Pietro spettrale e, ancora una volta, al Crocifisso di San Marcello, ha recitato una preghiera straordinaria e solitaria con la benedizione urbi et orbi, alla città e al mondo.

Due momenti particolarmente evocativi, poiché entrambi contrappongono la figura di un pastore continuamente alla ricerca «dell’odore delle pecore» - così ha definito la vicinanza al popolo in una delle sue prime omelie da Papa, alla solitudine che lo ha circondato. La piazza più famosa del mondo con il Papa ma deserta; una via centralissima di Roma deserta, percorsa da un Papa con il volto segnato dal dolore, a causa della pandemia che ha colpito il mondo di cui lui si sente padre affranto e pastore impotente.

Ma non è di questo che vorrei parlare, poiché non aggiungerei nulla a quanto ognuno di noi, con la propria sensibilità, ha provato vedendo e vivendo quelle immagini; così come non direi niente di nuovo rispetto a numerosi articoli e speciali pubblicati in questi giorni. Propongo però un confronto, insieme al tentativo di aggiungere al dibattito qualche considerazione.

Seguendo la diretta televisiva della preghiera dalla Piazza, ho ripensato ad un’immagine di circa settant’anni fa, forse meno nota, che ritrae un altro Papa mentre compie un gesto in una situazione tanto insolita quanto assurda e densa di sofferenza: Pio XII. Eugenio Pacelli, coltissimo, distante e inaccessibile, l’ultimo Principe di Dio, il pastor angelicus di cui parlava Malachia nella sua celebre profezia, è stato eletto al Soglio il 2 marzo 1939 ed è rimasto in carica fino alla morte, avvenuta il 9 ottobre 1958: dopo di lui arriverà Giovanni XXIII, il Papa buono, e con lui il Concilio Vaticano II, ovvero la svolta per la Chiesa e per la cristianità. Per la storia, gli anni di Pio XII sono quelli del secondo conflitto mondiale; per il papato è ancora l’epoca in cui il pontefice non usciva di fatto dai confini vaticani e i fedeli avevano la possibilità di vederlo soltanto nelle grandi e solenni occasioni liturgiche in San Pietro, nei Sacri Palazzi o, più raramente, in qualche chiesa romana.

Pio XII ha compiuto però un gesto – immortalato da fotografie e riprese – a cui, ascoltando la preghiera di Papa Francesco non ho potuto non ripensare. Poco dopo i bombardamenti con cui gli Alleati, nel luglio 1943, hanno colpito Roma, il Papa non ha esitato a recarsi di persona – accompagnato dal Sostituto Segretario di Stato Monsignor Montini, che nel 1963 sarebbe divenuto Papa Paolo VI – a consolare il popolo di Roma, il suo popolo, così duramente afflitto: dopo aver benedetto alcuni corpi, mentre le esplosioni stavano continuando a distruggere vite ed edifici e dopo aver percorso un tratto di strada nel quartiere di San Lorenzo fuori le Mura, Pio XII si è fermato, ha fissato il cielo e spalancato le braccia per supplicare Dio di interrompere la disumanità della guerra e le sue atroci conseguenze. Un Papa inaccessibile, ma quel giorno circondato dal suo gregge affranto che si è stretto a lui mentre offriva a Dio una preghiera silenziosa ed intensa: una figura bianca, si è detto «con le ali aperte», fra il grigio della desolazione in un quartiere assassinato di una città violata. Rientrato in Vaticano, la sua fedele suor Pascalina pare gli abbia fatto notare macchie di sangue sull’abito bianco e lui avrebbe ribattuto «È il sangue di Roma, non il mio!».

La supplica di Pio XII sarebbe avvenuta nello stesso quartiere di San Lorenzo, in zona Università La Sapienza, in cui Elsa Morante, la prima donna a vincere il Premio Strega, dopo giganti come Vincenzo Cardarelli, Cesare Pavese, Alberto Moravia (con cui è stata sposata per vent’anni), e Giorgio Bassani, ha ambientato parte di uno dei romanzi più belli della letteratura: La storia (1974). Ne consiglio vivamente la lettura: lo so, sono più di 600 pagine, ma al termine dell’ultima si piange. Si piange davvero. Per i poco appassionati ai libri (come quasi tutti i miei studenti), Luigi Comencini ne ha tratto un film omonimo nel 1986, con la protagonista, Ida, magistralmente interpretata da Claudia Cardinale.

Ho utilizzato il condizionale poiché non è confermato, ad oggi, che quella fotografia sia stata scattata proprio nel quartiere di San Lorenzo: vi è chi la descrive come un ritratto di Pio XII nella zona di San Giovanni in Laterano, la Cattedrale di Roma. Ma non è una questione che qui possa avere particolare rilevanza. Preferisco lasciare agli storici, quelli veri, la soluzione di questo dubbio: l’anno scorso Papa Francesco ha annunciato la sua intenzione di voler rendere, a partire dal 2 marzo 2020, consultabile l’Archivio Vaticano per gli anni del pontificato di Pio XII, fino a questo momento inaccessibili, in occasione dell’ottantunesimo anniversario dell’elezione dell’austero pontefice.

Ho ripreso tutto questo per contestualizzare alcuni concetti, alcune oserei dire certezze, su cui non possiamo permetterci di tergiversare in questo momento e, soprattutto, per dare attraverso la storia qualche spunto di riflessione: l’umanità è sempre umanità, la disumanità è sempre disumanità e le guide sono sempre guide. Indipendentemente dalle epoche, dallo sviluppo tecnologico, dalle età delle persone, dai contesti, dai ragionamenti sui «massimi sistemi» per dirla con Galileo, o sulle «magnifiche sorti e progressive», per dirla con Leopardi.

Sì, Papa Francesco che supplica Dio perché interrompa la pandemia che stiamo attraversando mi ha fatto pensare al suo predecessore, opposto a lui per temperamento, stile e personalità: i romani dopo i bombardamenti erano sconvolti, come oggi è sconvolto il mondo intero, in tutti i continenti e in tutti i settori della vita. Il Papa, che oggi come allora si ferma e fa fermare il mondo per un momento di preghiera o di riflessione, resta un riferimento importante per un’umanità a cui tante, forse troppe volte, è capitato di smarrirsi; per un’umanità che ha bisogno di ritrovare, per dirla con Dante, la «diritta via».

La storia è davvero maestra di vita e noi siamo degli studenti troppo distratti. Ritroviamo la nostra umanità, riscopriamo i nostri limiti, non esitiamo a cercare con passione e con fatica delle guide: potranno certamente aiutarci a restare umani, come tante volte è accaduto in passato, come tanti hashtag invocano oggi. Potranno convincerci di non essere autosufficienti, di avere disperatamente bisogno degli altri e di essere tutti davvero connessi, non con il web, ma grazie ad un legame invisibile: questa consapevolezza nuova potrebbe indurci a sentirci tutti figli della stessa umanità, di passaggio su questo mondo e corresponsabili delle sorti degli altri. In noi sarebbe allora più radicata la convinzione di contribuire a voler fare la differenza rimanendo in casa, perché no, leggendo La storia di Elsa Morante… sono 650 pagine: un po’ di compagnia possono farcela e alla fine – come ho detto – si piange, si piange davvero, ma dall’emozione, perché si avverte una «commiserazione sovrumana» di cui ci si sente partecipi.

Piangiamo dall’emozione, spalanchiamo il cuore e la mente, per poter smettere presto di piangere dalla disperazione e per poter iniziare la rinascita dal senso di umanità che voglio sperare siamo stati capaci di ritrovare o di scoprire dentro noi stessi in questi giorni di isolamento.

Luca Gherardi
Professore di Lettere e Storia - Istituto Superiore Statale I. Calvi, Finale Emilia(MO)
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